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“Se per amar, l'uom debbe essere amato,maree sole

merito il vostro amor; che v'ho amat'io:

se per stirpe, di me chi è meglio nato?

che'l possente Agrican fu il padre mio:

se per ricchezza, chi ha di me più stato?

che di dominio io cedo solo a Dio:

se per valor, credo oggi aver esperto

ch'esser amato per valore io merto.”

I versi appena citati appartengono a Ludovico Ariosto, autore rinascimentale dell’ Orlando Furioso, Canto XIV. Mandricardo, cavaliere saraceno, figlio di re Agricane sta cercando di calmare e confortare Doralice, spaventata dall’improvviso rapimentoe promessa sposa di Rodomonte.

Il Saracenole chiede cosa conti per lei di più al mondo: se l’amore, lui la ama, se la nobiltà, lui è il figlio del grande Agricane, se la ricchezza, lui è il Re dei Tartari e solo Dio è a lui superiore, se il valore, lo vedrà presto in combattimento. Ascoltando queste parole Doralice infine si innamora di lui e arrivati in un piccolo villaggio vengono ospitati da un contadino e lì passano la notte insieme.

Non vi è dubbio che l’amore sia una dimensione universale dell’uomo, presente in ogni civiltà e in ogni individuo, ma è anche una espressione culturale. Vi è molto di naturale nell’amore, e molti modi di amare sono possibili. Secondo il nostro comune sentire l’amore è un sentimento, ossia uno stato affettivo della coscienza, un moto dell’anima possibile solo fra individui che hanno pari dignità.

Anche se la condizione femminile rimane, in molte realtà, socialmente discriminata, non vi è dubbio che all’interno della coppia deve sussistere una parità sentimentale. In tal senso non c’è sentimento più gratificante e socialmente evidente dell’amore. Comunque, non tutto può essere giustificato da quello che chiamiamo amore. Meno che mai il controllo o la gelosia ossessiva.

Quando, per esempio, si pensa che sia del tutto legittimo cercare di sapere quello che la persona amata fa quando non è con noi: chi incontra, dove va, come si comporta, che cosa dice. Talmente valido che, quando l’altro tace o si fa schivo, ci si comincia a fissare. Si immagina che ci sia qualcosa che non va. Si pensa che lui/lei stia mentendo. Insorge la convinzione che, prima o poi, succederà l’irrimediabile . Tutto diventa un “cerca” e “fruga”.

Ci si avvia verso una patologia a grandi passi. Non ci si rende conto d’essere i primi a fare in modo che il tutto vada male. Questo lo si fa violando l’intimità dell’altro e venendo meno al rispetto che si merita. L’altra persona diventa un proprio possesso (bambola o bambolo che sia) riconducibile alla propria infanzia e adolescenza. Il semplice fatto di “amare” una persona si trasforma in un diritto di agire come mai verrà consentito all’altro di fare nei propri confronti.

E’ chiaramente inaccettabile voler abbattere i muri fra l“io” e il “tu” cercando di fonderli in un’unica cosa. Una necessità simbiotica, refuso di un mito romantico, bagaglio di adolescenziale memoria quando si pensava di essere tutt’uno con l’altro senza riuscire a vedere in esso una soffocante prigione come canta Gianna Nannini:

… “Ti telefono o no, ti telefono o no,/ ho il morale in cantina/Mi telefoni o no, mi telefoni o no/ chissà chi vincerà!/Poi se ti diverti/ non la metti da parte un po’ di felicità/anche tu?/ Mi telefoni o no, mi telefoni o no,/ io non cedo per prima/ Mi telefoni o no, mi telefoni o no,/ chissà chi vincerà…./ Questo amore è una camera a gas/ è un palazzo che brucia in città/…….”. , che talvolta soffoca.

Nessuno appartiene a nessuno. Meno che mai a chi dice di amare l’altro. Chi ama dovrebbe amare l’amato per come è. Con tutto quello che sfugge e che non si potrà mai dominare. Quello scivolare via, come una saponetta bagnata tra le mani, che è tanto difficile da sopportare, ma che permette poi ad ognuno di esistere indipendentemente dalla presenza altrui.

Cosa resta del sentimento amoroso, quando viene meno la fiducia reciproca e si arriva a queste forme di controllo-possesso dell’altro? La gelosia, che si prova verso un’altra persona, verso il partner sentimentale, può essere definito come uno stato d’animo che crea inquietudine e si manifesta, normalmente, quando si prova sfiducia nella persona con la quale si condivide una situazione affettiva.

La sfiducia quindi genera sospetti che si traducono in manifestazioni di ansia, rabbia e in qualche caso nel desiderio di vendetta. È probabile che l’origine della gelosia di “coppia” vada ricercata nella predisposizione culturale dell’individuo al possesso della persona amata, rafforzato dai propri sensi di inferiorità. Inoltre, e penso sia più comune, quella gelosia che sgorga dal rapporto di due persone che si stimano poco. Da queste poche righe credo si possa stabilire che né la gelosia né il possesso possono essere riconducibili all’amore.

Amare è sicuramente altro. Amare qualcuno è fatto anche di lontananza e di separazione. L’amore è fatto anche di rispetto. L’amore è fatto soprattutto di libertà. Ecco perché uno degli “errori” più grandi che si possano commettere quando si ama, è proprio confondere l’amore con la volontà di controllo e di possesso. Quando si pensa che l’altro ci appartenga completamente. E allora lo si tratta come un oggetto da poter spostare a piacimento, trovandolo ogni volta nel posto esatto in cui lo si è lasciato. L’amore è altro: “L’amour ne peutrienrefuser à l’amour”. L’amore non può rifiutare nulla all’amore. .

Bisogna anche dire che tutti i segnali provenienti dallo scenario contemporaneo sono spesso contrastanti. Primo fra tanti Oscar Wilde:

“Ogni uomo uccide ciò che ama, ognuno ascolti ciò che dico. Alcuni uccidono con uno sguardo d’amarezza, alcuni con una lusinga. Il codardo uccide con un bacio, il coraggioso con la spada! Alcuni uccidono il loro amore in gioventù, alcuni quando sono vecchi. Alcuni lo strangolano con mani avide, alcuni con le mani d'oro. L’uomo gentile usa un coltello perché più in fretta giungerà il freddo della morte. Alcuni amano per poco tempo, altri troppo a lungo, alcuni lo acquistano e altri lo vendono. Alcuni uccidono con tante lacrime. Altri senza un singhiozzo. Perché ogni uomo uccide ciò che ama, eppure nessuno di loro deve morire…”.

Si ha la netta impressione di trovarsi davanti a qualcosa di atroce, ad un assopimento delle passioni comuni. Una sorta di apatia che porta l’individuo sempre più a chiudersi in se stesso. Nulla sembra smuovere la persona contemporanea, stanca e annoiata di rituali che si ripetono apparentemente senza fine e senza variazioni.

Siamo in presenza veramente della mancanza di entusiasmo e auspicio per un futuro di cui non si riesce a intravedere la presenza di amore? Possibile che l'amante troppo amata dal suo amante finisce con l'amarlo di meno?

Amore: quando la parola viene usata in maniera appropriata, non denota qualsiasi e ogni relazione tra i due sessi, ma soltanto una relazione in cui ci sia un grande coinvolgimento emotivo e che sia di natura psicologica e fisica e di conseguenza , i “difetti” della persona amata appariranno non tanto come tali, ma come parte di lui/lei e non certo come difetti strutturali.

Alla fin fine non conosco alcuna interpretazione da dare all’amore. Sono cosciente che cerco di capire qualcosa che è misterico, endogeno e in parte dogmatico come lo è l’amore. Sento che l’amore è un ineluttabile fenomeno umano e lo si può accogliere o rigettarlo. Questo sentimento che ci lega all’amato non conosce torti o ragioni, riesce a passare per contrapposizioni, disarmonie o incomprensioni ma, se è presente, riesce a prevalere nell’indurre la riflessione della dialettica interiore. Si manifesta all’esterno attraverso il dialogo. “La ragione nell’amore sta nel cogliere il senso e il divenire di un’intera vita”. Una scena molto intensa del film “Cuore in Inverno” di Claude Sautet , in qualche modo rappresenta la problematica amorosa odierna.

I due protagonisti del film Camille e Stephan si trovano in un appartamento. Camille (bellissima violinista di successo) parla del rifiuto di Stephan (liutaio molto raffinato) di amarla: “…..spero che vorrai dimenticare quelle cose orribili che ti ho detto.”

Stephane: “Erano vere. Io so che non sono niente. Amo il mio lavoro e lo faccio bene. Ma tu hai ragione, c’è qualcosa dentro di me che non vivo. Non riesco a……ho continuato a concedermi proroghe. Ho fallito con te …… Sì, mi rendo conto che non sono gli altri che distruggo, ma me stesso e non ha senso che continui a ripetermelo da solo. Dovevo dirlo a te.”

La giovane violinista gli risponde: “ Me l’hai detto, ma ora mi sento svuotata, io.”

A queste parole Stephane esce dall’appartamento di Camille. La porta si chiude alle sue spalle. Ha gli occhi spalancati, il suo sguardo è terribile. Un uomo in un contesto alieno che viene condannato alla solitudine dalla superficialità che lo circonda. Vorrebbe amare ed essere riamato da una donna che dice di amarlo alla follia ma preferisce “amare” convenzionalmente.

L’umano Stephane è condannato ad essere un alieno della vita, ma non alla vita. Un essere umano che si incarica di dare una morte dolce al proprio maestro e amico. Un uomo che spera in un futuro diverso; si interessa alla vita dei piccoli in casa del maestro, la ragazzina che suona il violino. E’ costretto solo ad osservare lo scorrere della vita in un periodo storico alienante.

L’unico spiraglio di un futuro più umano è rappresentato dal lavorante apprendista liutaio che interrompe il lavoro perché la sua amata è venuta a trovarlo per portarlo via. L’amore assume una sua importanza nel momento in cui il sentimento persiste nonostante la consapevolezza piena dei limiti. Si tratta secondo me, di una esperienza estremamente significativa, che può durare anche tutta la vita, anche se, il sentimento potrebbe assumere progressivamente un carattere prevalente di abitudine, di affetto, di condivisione e di solidarietà.

La rotta della vita è una scelta morale, inesorabilmente a rischio, tanto più quando si confronta con le emozioni e i sentimenti. L’intesa fra due persone si potrebbe definirla “affinità elettiva”; una circostanza eccezionale che si sottrae a qualsiasi tentativo di analisi psicologica. Si caratterizza con l’incontro di due persone tra le quali si stabilisce una sintonia tale che investe l’anima non meno del corpo. Questa sintonia non contempla né l’età, né l’identità dei soggetti né la loro complementarietà. Due mondi che vibrano all’unisono e pertanto realizzano, tra loro, un’intimità che non potrà mai essere espressa dalle parole: una tale intimità, le cui radici affondano nell’inconscio umano.

“La procellosa e trepida
       gioia d’un gran disegno,”. Manzoni

Gigino A Pellegrini 6 G elTarik

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Funambolo con vista da indovino.ischi000000

Un confuso numero di passi

mi hanno guidato in questo spazio.

Su colorati schermi l’unto, il degrado

i graffiti sul leggero perbenismo della mia Terra..

In un commento dei dati del censimento industriale del 1961 si legge testualmente: "La situazione industriale della Calabria al 1961, anno del centenario dell’Unificazione, appariva notevolmente deteriorata rispetto al secolo precedente, allorché la penisola bruzia rivestiva un ruolo di primo piano in vari settori dell'industria del Regno borbonico" La Calabria, un dono degli Dei Greci e Arabi usurpata dagli antichi e moderni predatori.

Qualcuno ha commesso atti indescrivibili ed emesso giudizi sommari o generalizzazioni insensate. Amantea, con la sua storia millenaria, oggi viene offuscata da un groviglio di esseri parassitari che la dominano, sfruttandola e disprezzando alcuni suoi cittadini che, secondo alcuni malavitosi di stampo sudamericano, non meritano neanche uno sguardo, passandogli accanto su Via Margherita, La Promenade des Anglais, nostrana.

Per quei pochi, ahinoi, che hanno piena consapevolezza dei problemi che affliggono questa città martoriata e che ogni giorno si battono nel cercare di ridare dignità al loro paese. Inutile dire che come Amanteano e figlio del Mare di Ulisse, mi sento offeso e impotente davanti a tutto questo.

Il disagio, molti miei concittadini, non sanno cosa sia, eppure è sotto gli occhi di tutti che, però, lo accettano. Insomma tutto ricorda la tipica immagine che si ha nel mondo del meridione con tutte le sue brutture e i suoi difetti, nonostante l'importanza delle sue risorse territoriali, ambientali e culturali.

Amantea, oggi fa parte di una delle regioni più povere dell'Italia e dello stesso Meridione: lo scotto pagato da questa regione all'unificazione con il Regno piemontese, seguito dalla conquista militare del 1860.

E’ fuor di dubbio il fatto che le premesse dell'attuale sottosviluppo, del mancato decollo economico e dell'emarginazione di oggi furono poste proprio da quanti non esitarono a fare carte false pur di ottenere l'eliminazione dello Stato autonomo di cui le province calabresi avevano fatto parte per 730 anni.

Da quella “unificazione” Amantea ha ereditato solo il malcostume, la criminalità organizzata, la falsità, l’imbroglio e il favoritismo, nepotismo più becero, in quanto applicato en plein air. Tutto sotto lo sguardo della Ciabatta di mio Nonno e dei gabbiani che la popolano.

Giù, sull’arenile all’apparir del giorno

vedo il Re d’Itaca che serenamente osserva le sue acque.

Fa rimbalzare sulle onde i bottoni della sua sanità,

come logori sassolini di sé stesso.

Freddi, come la sua asessuata Signora.

I ciottoli logorati da una guerra senza fine,

sbatacchiati e consumati sul bagnasciuga,

per poi tornarsene sul fondo senza emettere suoni.

L’Ulisse si piega su sé stesso e poi si stende

senza mai ruotare.

Gigino A Pellegrini & G elTarik

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gigino nuovoLa Magna Grecia è un lungo e straordinario racconto. La mente attraversa i territori del Mediterraneo che sono dentro la nostra Storia. Un racconto che recita frammenti di tempo attraverso una riappropriazione di quei segni che si lasciano ascoltare tra i venti della nostalgia.

Noi siamo figli di quella Magna Grecia, figli dello stesso sud che ha portato la civiltà in Occidente, figli dello stesso sud che adottò e fece nascere insieme ai Greci quella democrazia che fu uno dei pilastri costruttivi del mondo occidentale. Noi siamo figli di quel suddella libertà e noi abbiamo l'obbligo di rifondare la nostra Terra, ce lo stanno chiedendo le future generazioni!

Dopo aver destinato all’oblio la ingombrante e fastidiosa Magna Grecia, in epoca romana il poeta Orazio descriveva minuziosamente come gustare i vini della Basilicata, allora chiamata Lucania. Fu lui a dare il via alla fuga di cervelli dell'antico sud, con il suo trasferimento a Roma.

Nella seconda parte dell’Ottocento i settentrionali si sono trovati al posto giusto nel momento giusto, si fa per dire. Mentre un’esigua minoranza dei meridionali, non più dell’1-2 per cento della popolazione, era animata dal “devoto” desiderio di unificare l’Italia, la Casa Savoia ne aveva un’impellente necessità. I settentrionali strozzati dai debiti, potevano salvarsi solo con l’invasione e il saccheggio del Sud. Lo scrisse nel 1859 il deputato Pier Carlo Boggio, braccio destro di Cavour: “O la guerra o la bancarotta”.

Per più di un secolo il Sud - quello che gli italiani chiamano il Mezzogiorno - è stato identificato con la povertà, la mafia e un esodo di persone in cerca di lavoro e di una nuova vita nel nord e più in là.

Oggi, l’Italia è uno degli Stati membri dell'UE28 più colpiti dell’impoverimento causato in origine dai Savoia e dell’apparato governativo che ne seguì fino ai giorni nostri. In Italia, i settentrionali hanno a lungo ritenuto che i meridionali - in particolare i calabresi e siciliani - fossero un popolo “incivile” e razzialmente inferiore, troppo africani per far parte dell'Europa.

Qualche tempo fa, un ex consigliere della Lega Nord ha pubblicato un commento su Facebook chiedendo che tre vulcani italiani spazzino via il sud e che i suoi abitanti siano processati con l'accusa di razzismo. Donatella Galli, di Desio, vicino a Milano, è stata convocata in tribunale a Monza dopo aver scatenato un furore nel 2012 quando ha scritto: "Forza Vesuvio, Forza Etna, Forza Marsili" (Vai Vesuvio, Vai Etna, Vai Marsili) accanto a una mappa satellitare dell'Italia comprende solo le regioni settentrionali.

“ I razzisti e privi di cultura hanno invaso i muri di Pordenone con migliaia di manifesti nei quali chiedevano ai meridionali di: "LASCIARE PULITO NON SIAMO A NAPOLI" Tutto questo trova molte corrispondenze mistificate dell’ideologia dei molti “intellettuali” settentrionali , studiosi borghesi dell’economia politica che hanno colto la pienezza della loro propensione e la trascrivono nella falsa coscienza della loro teoria capitalistica tutta italiana, basata sul profitto privato e debiti pubblici, come ha insegnato all’Italia la FIAT della famiglia Agnelli.

Un settentrione che ha rubato al Sud anche le origini della Lingua italiana.

“Amore è uno desi[o] che ven da’ core
per abondanza di gran piacimento;
e li occhi in prima genera[n] l’amore
e lo core li dà nutricamento.” Iacopo da Lentini nel 1224.

Questo italiano non venne sciacquato in Arno. Quasi cento anni prima della Commedia di Dante, venne immerso nelle acque sacre del Mare di Ulisse di un Sud, crocevia di confluenza delle culture araba, greca e poi latina, fu terreno favorevole alla nascita di una nuova letteratura in volgare, grazie a Federico II, immenso mecenate di artisti, scienziati e poeti, sviluppando nel contempo un tipo di cultura giuridica, cancelleresca, storica. 

Lo stesso Federico II posò la prima pietra nel mondo della promozione delle arti. A completamento di ciò arrivò l’inaugurazione dello Studium, nucleo originario costitutivo dell’Università che a Napoli porta il suo nome. La Federico II fu infatti la prima università regia non di matrice religiosa; nonché la prima istituzione didattica di tipo laico d’Italia e Occidente.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

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