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Dopo anni di silenzio ed in vicinanza con le elezioni regionali Agazio Loiero rientra in politica, dimentico forse del “mare da Bere” che lo ha accomunato a “ Mario Oliverio”, ieri, ed oggi al neo sindaco di Diamante che però ha avuto l’ardire di berlo davvero.

Domani sapremo la verità su questa sua , forse prossima. ricandidatura politica, fermo restando, comunque, che Loiero è cento, mille volte migliore di Oliverio!

“Nessuno è riuscito a capire perché Salvini abbia tolto in pieno agosto la fiducia a un governo che dava l’impressione di padroneggiare. Un gesto probabilmente causato da un accumulo di potere che in genere, se non temperato dalla consapevolezza della sua fugacità, produce una dannosa onnipotenza. L’idea del complotto europeo, che lo avrebbe ingiustamente detronizzato, appare privo di logica, visto che a dichiarare la crisi è stato in prima persona lui. Ciò non di meno una grande parte dei social condivide lo sfogo di Salvini. Nella Lega, realisticamente più attenta “ai schei”, invece si va sempre più diffondendo l’impressione del grande errore tattico compiuto dal proprio segretario e delle conseguenze che potranno esserci di qui a breve sul piano del consenso.

Comunque, caduto il governo, se ne sta costituendo un altro. Andare a votare, come avrebbe preteso la Destra, dopo meno di un anno e mezzo, nella situazione in cui versa l’Italia, sarebbe stata una follia. Resta un fatto. Se Conte riuscirà a comporre il complesso mosaico del governo, gli italiani assisteranno a una navigazione tra le più difficili della storia della Repubblica. Si registreranno conflitti, uno via l’altro, su ogni punto dell’agenda concordata. L’abilità politica ormai riconosciuta da più parti al Presidente incaricato – questo giornale gliene ha dato atto ben prima che la crisi deflagrasse – l’elementare saggezza di Zingaretti saranno messe a dura prova. Se infatti per un incidente di percorso l’esperienza giallorossa dovesse tra qualche tempo interrompersi il conseguente sbocco elettorale darebbe risultati catastrofici sia al M5S sia al Pd. Salvini risalirebbe nei sondaggi imperversando insopportabilmente con i rosari avuti in dono dai suoi tifosi in giro per questa nostra povera Italia, dove anche la fede, il più riposto dei sentimenti, agitata negli ultimi tempi sui social, ha ormai perso la sua aura di discrezione e di silenzio. Una breve digressione. Molti anni fa Sturzo ad alcuni clericali che esibivano troppo spesso con platealità il Vangelo, facendosene scudo, inviò alla fine di un suo discorso un invito perentorio: “E per quanto riguarda il Vangelo di Gesù vi esorto a tenerlo nel cuore”. Oggi una frase simile neanche il Papa potrebbe rivolgerla al segretario della Lega. Sarebbe sommerso di dileggi sui social.

Torniamo al governo che sta per nascere. La famosa “svolta” di Zingaretti dovrebbe essere contrassegnata, oltre che da uomini, da scelte tematiche di qualità – un po’ di Sud in più nell’agenda dell’esecutivo non guasterebbe – e anche da una dote che in genere la politica sottovaluta: la pazienza. Il M5S, con cui il Pd dovrà percorrere un lungo tratto di strada, sarà attraversato da umori incongrui e da una grande carica di frustrazione derivante da anni di polemiche ruggenti che in un movimento giovane lasciano il segno. E’ vero che un’ipotesi elettorale danneggerebbe più il movimento di Grillo che lo stesso Pd ma il primo è potrebbe essere attraversato da quel delirio d’impotenza che produce lo stesso effetto del delirio d’onnipotenza che, come accennato sopra, ha attraversato all’inizio di agosto la complessa psicologia di Salvini. Zingaretti, non avrà il fascino oratorio di Obama, ma, una volta apertasi ufficialmente la crisi, ha svolto, almeno fino a oggi, un buon lavoro. Ha attinto nella sua esperienza di politico e soprattutto di amministratore regionale tesori di analogie e di rimandi. Con Conte l’intesa su pochi punti fermi dovrebbe risultare alla fine salda. L’Europa prima di tutto, su cui anche grazie alla capacità tattica del Presidente incaricato si è già ottenuto un risultato, impensabile solo un anno fa. Mi riferisco alla convergenza sul voto a favore di Ursula Von der Leyen. Un’operazione che non mancherà di sprigionare i suoi benefici effetti sul governo che nasce. Un’ultima annotazione. Fossi Zingaretti non m’impiccherei sull’estetica negativa del doppio vicepremier. Anche se Di Maio è stato spesso sgradevole nei confronti del Pd, lasciarlo frustrato, con la qualifica di capo politico e l’aureola della vittima, fuori dal governo potrebbe procurare danni alla fragile alleanza. L’assegnazione al Pd di un sottosegretario alla Presidenza, munito di poteri e deleghe, avrebbe un peso maggiore di quello di un vice. A tenere in vita l’equilibrio del vertice di governo ci penserebbe il Conte che negli ultimi tempi è andato in scena.

Calabria7 1 Settembre 2019 

Pubblicato in Calabria

Scrive Giancarlo Pittelli già parlamentare di Fi e Pdl:

“La Sesta Sezione della Corte di Cassazione (notoriamente composta da magistrati collegati da vincoli affaristico-massonici a quei “ poteri forti” responsabili della prematura e traumatica fine della luminosa carriera del magistrato Luigi De Magistris) hanno sancito che l’inchiesta Why Not, ab imis fundamentis, era una vera e propria bufala costruita sul nulla, che meritava la demolizione da parte dell’ ottimo Giudice di merito Abigaille Mellace il cui divisamento è stato oggetto di ripetuti e lusinghieri apprezzamenti da parte del Procuratore Generale d’udienza.

Non avevo dubbi sull’esito finale della vicenda per coloro i quali, da Peppino Chiaravalloti ad Agazio Loiero ed a tutti gli altri, sono stati inopinatamente sottoposti alla gogna del processo.

Si chiude così una delle tante vicende servite soltanto a rendere notorietà all’attuale “Re Travicello” di Napoli (l’appellativo è di Marco De Marco, direttore del Corriere del Mezzogiorno) ed a consentirgli il comodo ed insperato approdo all’agognato proscenio politico nazionale attraverso una scientifica pianificazione della mistificazione, del contrabbando di un’immagine del tutto falsa.

Il prezzo dell’effimero successo conquistato da costui è stato altissimo. Basta volgere lo sguardo alla storia della Catanzaro degli anni dal ’94 al 2007: carriere stroncate, onorabilità distrutte, vite personali e familiari disintegrate, personaggi integerrimi raggiunti dal sospetto attoniti ed incapaci di sopportarne il peso schiacciante.

La fine di “Why Not”, intitolazione che richiama alla mente il gusto di una tragica scommessa, mi induce ad alcune riflessioni.

C’è da chiedersi perché e come tutto ciò sia potuto accadere: come un qualsiasi magistrato del pubblico ministero, al quale la Costituzione e le disposizioni ordinamentali e processuali attribuiscono un potere così ampio ed assoluto sul presupposto di una sua corretta utilizzazione, sia riuscito ad imbastire decine di inchieste penali prive di qualunque fondamento, ad usare la polizia giudiziaria per finalità diverse da quelle istituzionali, a costruire, con la complicità di consulenti informatici e bancari, prove inesistenti in uno con la gestione mediatica del proprio martirio.

E’ presto detto in ragione, prima di tutto, di una considerazione di ordine generale sull’abnormità del potere attribuito ai pubblici ministeri in assenza di qualsivoglia tipo di controllo sul rispetto effettivo del principio di obbligatorietà dell’azione penale.

Mi spiego.

Il principio costituzionale è affidato alla gestione del singolo magistrato inquirente che, di fatto, è libero di scegliere quali fatti illeciti perseguire e quali relegare nel dimenticatoio in vista della spugna prescrizionale. E nessuno conoscerà mai il criterio selettivo che avrà guidato il pubblico ministero nell’atto di scegliere l’indagine alla quale dare privilegiato impulso accantonando, nel contempo, altre – e magari più serie e fondate – vicende meritevoli d’approfondimento investigativo.

Si tratta di una distorsione del sistema che consente di fatto all’inquirente di scegliere – ed in ciò consiste l’aspetto paradossale – l’inchiesta più vantaggiosa per le sue ambizioni, siano esse di carriera o, come è accaduto a Catanzaro, di visibilità mediatica e, dunque, politica.

Tutto ciò in assenza di qualsivoglia tipo di controllo, interno od esterno che sia.

La vicenda catanzarese, a parte l’aspetto di ordine generale, è stata caratterizzata da una serie di “errori” clamorosi compiuti da quanti, in assoluta buona fede e nel fedele rispetto dei principi di diritto processuale penale, hanno ritenuto, attraverso doverose decisioni, di esercitare imprescindibili prerogative.

Intendo riferirmi al compianto Mariano Lombardi, Procuratore Capo – galantuomo ed amico caro e leale, finito anch’egli nel mirino del suo sostituto e dei suoi compiacenti fiancheggiatori – ed ai vertici della Procura Generale presso la Corte d’Appello. Tutti fedeli custodi della legge, rigorosi interpreti dell’altezza dei rispettivi ruoli e funzioni.

Ebbene, costoro hanno applicato la legge nel revocare, il primo, l’assegnazione a De Magistris dell’indagine “Poseidone” e nell’avocare, gli altri, l’inchiesta “Why Not” miserevolmente naufragata proprio ieri sotto i colpi di maglio dei giudici di legittimità. Non hanno sicuramente agito contro i principi e ciò è stato ribadito, senza equivoci, dalla Cassazione e dal CSM.

Ma nell’applicare la legge dello Stato costoro hanno inconsapevolmente fornito al De Magistris un formidabile alibi, una straordinaria “via di fuga” (commodus discessus) rispetto ad ineludibili responsabilità che, prima o poi, avrebbe dovuto affrontare in prima persona con conseguenze devastanti per la sua immagine e per la sua carriera. Hanno agito senza prevedere quali conseguenze i loro atti avrebbero provocato. Ritenevano di trovarsi davanti alle mere “irregolarità” di un qualsiasi normale sostituto e non già al cospetto di chi aveva già provveduto alla pianificazione di un preciso disegno!

Rivendico un triste primato: allorquando ricevetti il “bigliettino augurale” a firma dell’odierno cadente sindaco di Napoli (meravigliosa città dalla quale dovrà ben presto fuggire inseguito da folle inferocite se non anche da forze di polizia- a tutela della sua incolumità, s’intende! -) capii subito il “gioco” del Nostro e, nel corso della mia conferenza stampa del 30 marzo 2007, appreso del fatto che il Procuratore Lombardi gli aveva “tolto” la gestione dell’indagine “Poseidone”, dissi senza mezzi termini che l’atto si traduceva in un vantaggio straordinario per De Magistris che avrebbe svestito immediatamente i panni dell’impostore per assumere quelli del martire. Chiunque può verificare il contenuto delle mie dichiarazioni e del mio solenne impegno, nei confronti della comunità tutta, a contribuire al disvelamento della verità sull’intera vicenda.

Avevo ragione.

Gli atti conformi alla legge con i quali gli venivano revocate od avocate le deleghe d’indagine di Poseidone e Why Not, rappresentavano il migliore viatico per l’ascesa verso la bramata notorietà (fino a quel momento rimasta reclusa nel ristretto ambito cittadino), il trampolino dal quale spiccare il volo verso le poltrone del potere mediatico e politico. Proprio come era accaduto al suo amico Di Pietro!

Quegli atti hanno fatto sì che non dovesse affrontare le verifiche della giurisdizione sul suo operato, che non dovesse subire la vergogna delle bocciature nelle pubbliche udienze che avrebbe dovuto ineluttabilmente affrontare.

Avrei voluto assistere al balbettio di immaginari e sconnessi teoremi, al confronto sulle prove, all’espressione di tesi giuridiche tratte da personali e segrete pandette.

Avrei voluto che fosse costretto ad impattare, munito di quel bagaglio culturale e tecnico-giuridico di straordinaria pochezza che ha dimostrato di possedere, contro lo spesso muro della moralità e dell’onestà intellettuale di quanti, in ragione del suo agire, hanno sofferto e pagato. Talvolta anche con la vita.

Pubblicato in Catanzaro
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