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A me u presepe me piace e basta!

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Natale è alle porte. Non ce lo dice soltanto il calendario appeso in cucina, ma ce lo dicono le cataste dei panettoni nei supermarket e le sfavillanti luci multicolori dei negozi e delle strade.

  

E come ogni anno, puntualmente, arriva la querelle:-Il presepe o l’albero di Natale?

In alcuni supermarket del Nord non si trovano più i pastori di un tempo.

 

Non si trova più la Madonna e San Giuseppe, e la capanna col bue e l’asinello.

Il loro posto è stato preso dall’albero di Natale. E’ più di moda.

Con i suoi addobbi, con le stelle filanti, con le luci colorate, con la natività di Nostro Signore non c’entra un tubo. Ma dato che è di moda l’albero di Natale, anche quest’anno i pastori, la capanna, le casette, gli zampognari, Gesù Bambino sono stati dimenticati nel più angolo remoto della soffitta.

Io, però, a scanso di equivoci preferisco il presepe. A me u presepe me piace assai.

Perché mi ricorda tempi lontani quando si era felici anche se nella miseria. Il presepe che ho impresso nella mente e che porto nel mio cuore è quello costruito con scatole di cartone, con tronchi di sughero, con carta di imballaggio per le montagne, con l’ovatta per la neve, con gli specchietti di vetro delle donne per i laghetti, con il muschio che andavo a raccogliere nei boschi, con i pastori di creta comprati ad Amantea da Giorgio u capillaru che abitava alle Rote o nelle bancarelle di Cosenza in Via Rivocati.

Era bello il mio presepe anche se i risultati a volte erano goffi e commoventi. I pastori spesse volte erano più grandi delle casette.

Gli odierni presepi che si vendono nei negozi o nelle bancarelle allestite in piazza in un unico blocco, invece sono perfetti e anche bellissimi, ma non danno nessuna soddisfazione a chi li compra.

 

Dov’è finita l’attesa, la preparazione del tavolo e dei cartoni, la gioia nello srotolare i pastori avvolti nella carta di giornali, la messa in opera delle casette, la raccolta del muschio, il posizionamento dei pastori.

La costruzione del presepe era un gioco bellissimo ed impegnativo, occupava parecchio tempo e serviva ad unire tra loro le persone, anche se avevano età, sesso, usi e costumi diversi: insegnanti ed alunni, nonni e nipotini, uomini e donne, ricchi e poveri, eruditi ed analfabeti.

Esso descriveva e descrive tuttora un evento storico inconfutabile: La venuta di Gesù sulla terra. In ogni vero presepe, sia piccolo o grande, semplice o sfarzoso, fatto con cartapesta o con sughero, con pastori di creta fatti a mano o comprati a Napoli a San Gregorio Armeno, ci riconosciamo un poco di noi stessi.

E’ triste dover constatare che anche quest’anno nelle case e nelle scuole i genitori e le maestre preferiscono allestire l’albero di Natale invece del presepe..

Cosa c’entra ( un politico direbbe cosa ci azzecca) l’albero di Natale con la venuta di Cristo sulla terra?

Cristo è venuto al mondo in una capanna riscaldato, secondo la tradizione cristiana, dal bue e dall’asinello, e questo noi cattolici vogliamo ricordare con la costruzione del presepe. Davanti alla capanna cantiamo oggi come ieri “Tu scendi dalle stelle”, perché questo canto ci ricorda Gesù Bambino nato nella mangiatoia e riscaldato dal bue e dall’asinello, perché per lui non c’era posto nelle locande e negli alberghi.

Non ci ricorda le bombe, i razzi, le granate, le sventagliate di mitraglie che oggi come ieri seminano lutti e rovine nei vari teatri di guerra in Asia e Africa.

Il presepe, sia piccolo che grande, bello o goffo, ci ricorda la dolcezza della nostra infanzia spensierata, ci ricorda la nostra cara mamma che con le vicine di casa friggeva “turdilli e cullurielli” nelle grandi cucine piene di fumo e di fuliggine, ci ricorda la nonna, la cara nonna, che cullava il suo nipotino e le raccontava le rumanze, ci ricorda tutta la famiglia riunita per Natale intorno ad una lunga tavola apparecchiata con tredici pietanze e poi la processione del Bambinello allo scoccare della mezzanotte con tutti i commensali in fila a cantare le lodi al Signore.

Lasciamo, dunque, la preparazione dell’albero di Natale agli abitanti del Nord. Noi del Sud preferiamo il presepe perché non solo i nostri gusti personali e le nostre preferenze sono diverse, ma sono diversi la visione della vita, della casa, della famiglia, dell’amore, della gioia, dello stare insieme, di essere almeno a Natale un cuore ed un’anima sola. Dice un antico e saggio proverbio:- A Natale con i tuoi, a Pasqua con chi vuoi -. Noi del Sud sin da piccoli abbiamo costruito il presepe e quindi siamo cresciuti con esso. Lasciamo a quelli del Nord l’albero. A noi piace di più il presepe. Punto.

Ultima modifica il Venerdì, 10 Febbraio 2017 15:25
Francesco Gagliardi

Nato in San Pietro in Amantea.
Insegnante elementare in pensione. Ex coordinatore provinciale per l'insegnamento delle lingue straniere nelle scuole elementari.
Ha frequentato l'Università Statale dell'Alabama U.S.A. Ha combattuto in Korea con U.S. Army.
Corrispondente del giornale "Il Popolo", "Giornale d'Italia", "Il Quotidiano di Roma" ora "Avvenire".
Suoi articoli sono stati pubblicati da "Oggi Famiglia", "Calabria Ora", "il Quotidiano", "Mezzoeuro", "La Provincia", "Idee per la sinistra", "Iniziativa". Consigliere comunale dal 1964 al 1970. Assessore e Vice Sindaco dal 1975 al 1985.
Ha pubblicato: Storia di San Pietro in Amantea; La Santona; Nell'Inferno di Korea; Viaggio nella memoria; Dolci e antichi ricordi; La valigia dei sogni; Paese di Maria e della Comunicazione; S.Pietro tra Storia, storie, leggende e attualità; Paese in lenta agonia.

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