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Tortora. E' in programma per oggi pomeriggio alle ore 17.30 un convegno legato alla recente campagna di scavi archeologici sul colle Palècastro.

Un'attività che ha aperto interessanti prospettive anche rispetto al periodo precedente a quello attualmente indagato.

Il tema del convegno è: “Le ricerche nel Foro di Blanda (2016-2017)” e racchiude l'attività delle cinque settimane di scavo sul colle Palècastro.

Le novità più importanti e significative sono riferibili al settore posto alle spalle del tempio A, del Capitolium, dove è stato rinvenuto un poderoso livello di materiali arcaici, riferibili ad un abitato enotrio posto sulla parte sommitale del colle.

“Si tratta – riferiscono - delle prime attestazioni di un insediamento indigeno databile nella prima metà del VI sec. a.C.; una delle più grandi scoperte degli ultimi anni, considerato che per la prima volta è emerso un livello arcaico relativo al 560-550 a.C., più antico delle tombe della prima fase della necropoli, databili invece tra 540 e 520 a.C.; un orizzonte dove i contatti degli indigeni con il mondo greco sono labili e sfuggenti”.

L’incontro si terrà domani nella sala consiliare, alle ore 17.30, ed è stato organizzato dal dipartimento di Civiltà antiche e moderne dell’università degli studi di Messina, con il patrocinio del comune di Tortora.

Tra gli interventi previsti: il sindaco, Pasquale Lamboglia; il funzionario archeologo, Simone Marino; il professore Dicam dell’università degli studi di Messina, Fabrizio Mollo; la professoressa dello stesso ateneo, Mariangela Puglisi; il professore dell'università di Messina, Eugenio Donato.Dalla fine di maggio, il sito di Blanda è stato indagato dal Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università degli Studi di Messina, sotto la direzione scientifica del Prof. Fabrizio Mollo, in strettissima collaborazione con il Comune di Tortora che, ancora una volta, ha messo a disposizione attrezzature, ospitalità e supporto logistico, e la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le province di Catanzaro, Cosenza e Crotone, nelle persone del Soprintendente dott. Mario Pagano e del Funzionario Responsabile, dott. Simone Marino.

Lo scavo ha visto la partecipazione di oltre quaranta ricercatori (studenti, laureati, specializzati e specializzandi) provenienti non solo dall’Università di Messina, ma anche dall’Unical e da altri Atenei italiani.

Oggetto delle ricerche la città di Blanda Iulia, colonia di veterani romani, databile alla fine del I sec. a.C., in vita sino all’età di Alarico, come importante centro amministrativo dell’area del golfo di Policastro, nato in seguito alla guerra annibalica, quando fu preso ai Lucani.

Le indagini hanno riguardato ancora l’area del Foro della città romana, con una serie di saggi effettuati per cercare di meglio definire e completare gli interventi effettuati nel 2016.

Sono stati indagati soprattutto i settori sud-ovest e sud-est del Foro stesso, dove sono state intercettate le botteghe che si dispongono intorno ad una porticus triplex, un grande portico coperto, di cui si è individuato un poderoso ed ampio crollo del tetto.

Al fine di meglio comprendere la situazione planimetrica e l’evoluzione della struttura dell’abitato di Blanda, è stata, inoltre, completata l’esplorazione di un edificio pluristratificato che si affaccia sulla plateia A, nel settore meridionale, all’ingresso dell’area del Foro, dove nella prosecuzione della strada è emersa anche la presenza della fogna di epoca romana.

Un esempio da seguire per la nostra Amantea.

Pubblicato in Campora San Giovanni

Riceviamo la nota dell’amico Giovanni Liscotti con il forte invito a pubblicarla(Buongiorno Giuseppe ti invio un piccolo trafiletto inerente l'oggetto che se ritieni opportuno puoi pubblicare (anzi pubblicalo). Cav. Giovanni LISCOTTI) e lo facciamo non per ricevere elogi( pur graditi, nel caso) ma per ringraziarlo, a nostra volta, per aver colto il senso finale del lavoro di tanti ad Amantea, che è quello di far conoscere per amare, di offrire cultura e di usare queste ricerche per fare turismo. Quanto finora pubblicato e soprattutto cheda ora on avanti pubblicheremo è a disposizione di tutti, dei cittadini, delle associazioni, ma soprattutto di quei politici illuminati( speriamo che siano tanti) che Amantea vorrà esprimere e portare al comune, per farla risalire dal baratro culturale, economico, etico, sociale nel quale è piombata:

“ECCO COME ERA SAN FRANCESCO D’ASSISI”

Ho letto l’articolo inerente l’oggetto sul sito Tirreno News ed immediatamente la mia mente è stata attraversata dal semplice pensiero di dire GRAZIE a quelle persone (a tutti probabilmente conosciute) che spesso in silenzio e senza alcuna indennità, ricercano, discutono, portano alla luce importanti documenti storici della Città di Amantea, mentre noi dimentichiamo spesso le nostre importanti origini culturali, facendole riaffiorare alla mente solo in queste occasioni o durante alcune manifestazioni.

Il mio pensiero è dettato dal fatto che pur essendo adottivo in questa città, cerco per il mio piccolo di dare un contributo nella storia che l’ha attraversata, con la costante presenza unitamente ad altri dell’associazione “Klampete – Rievocazioni Storiche” supportati dagli amici di Pizzo Calabro, Potenza, San Lucido, per ricordare il periodo dell’assedio (1806), mediante cortei e rappresentazioni, non solo in loco ma anche in altri paesi.

Ma a parte ciò, ritornando alle affermazioni del dott. Marchese nell’articolo primario, attendiamo con “ansia” la/e pubblicazioni/e sul castello ed altre zone della città vecchia, affinchè si possa trarre ulteriore spunto rievocativo e che tutto il lavoro certosino dei ricercatori e appassionati di storia, sia ben visibile ai visitatori, ponendolo in bella mostra nelle zone di interesse (mediante piccole/grandi stampe che raccontano in breve la storia del sito) oltre a sperare che tutte le compagini Amanteane siano coscienti di quello che hanno nel recuperare la propria storia e, quanto questo sia utile a tutti noi oltre che al turismo.

Amantea 30.05.2017                                              Cav. Giovanni LISCOTTI

gigino nuovoSono più che certo di non essere pazzo. Semplicemente ho sentito all'improvviso un bisogno di impossibile. Le cose così come sono non mi sembrano accettabili, perché non hanno in loro ciò che cerco. Prima non lo sapevo. Molto tempo fa. Questo mondo così com'è fatto non è tollerabile. Ho bisogno di Marte, o della felicità o dell'immortalità e sono oggi in perfetta sintonia con un mio antico professore di filosofia molto incazzato con il primo uomo che aveva deciso di morire. Ho un bisogno vitale di qualcosa che sia demenziale forse, ma che non faccia parte delle banalità di questo mondo mediocre e insopportabile. Non mi riferisco all’espressione: “ Siate realisti, chiedete l’impossibile” tanto decantata dei sessantottardi che conservano i cimeli della loro primavera sotto naftalina e ben curati nei loro armadi, pronti a mostrarli ai loro ospiti, dopo una cena fatta di salmone sockeye affumicato del Pacifico e con del caviale persiano. Alcuni miei amici mi chiamano “signor no”! Accetto questo loro modo di esprimermi il loro bene, ma devono sapere che il mio “no” è sinonimo di ribellione. Non so perché ma in questo momento passano davanti a me le immagini di un vecchio film del 50 di Richard Brooks: “Crisis” con Cary Grant e José Ferrer.Il neuro-chirurgo Eugene Ferguson si sposa con Helen e parte per il Sud America in viaggio di nozze. Durante la luna di miele viene arrestato e tenuto in ostaggio da un gruppo di soldati nel pieno di un movimento insurrezionale contro il dittatore Ferrago. L'uomo alla fine riesce a liberarsi, ma viene avvisato che il politico è gravemente affetto da un tumore al cervello ed ha bisogno di un'immediata operazione. Nel frattempo il ribelle Gonzales rapisce la moglie di Ferguson, minacciando di ucciderla se il marito compirà l'operazione. Ferguson opera Farrago e l'operazione riesce. L'esito però viene tenuto segreto mentre il dittatore inizia il suo periodo di riabilitazione e l'opinione pubblica crede che il terribile aguzzino sia morto. Quando il popolo invade il palazzo, però, Farrago muore realmente per la paura e Ferguson viene ringraziato dai ribelli. La sua avventura non finisce qui, però: uscendo dal palazzo Gonzales viene ferito ed implora l'aiuto del chirurgo... Lascio il finale a quei curiosi che vogliono sapere. E’ in loro che mi riconosco. Fin da ragazzino ho sempre voluto sapere tutto o nulla. Niente compromessi. A questa mia rigida posizione passionale, la ragione è sempre stata impotente nel cercare di rispondere. Questa mia richiesta è forse all’origine della mia meridionale “malinconia”, che cerca e non trova che stupide contraddizioni e discorsi senza un senso e dunque incomprensibili, cioè senza riflessione alcuna. Il mondo di oggi è purtroppo lo specchio di questi signori dell’irrazionale che lo “dirigono”, probabilmente verso il nulla. Se i “creativi” che, attraverso il loro “fare” da una parte, pensano di contestare la realtà, sanno, (è auspicabile) che dall’altra, ad essa si sottopongono. Meglio abbandonarmi all’oblio come fa Robert De Niro in una scena indimenticabile di “C’era una volta l’America” di Sergio Leone. De Niro che entra in una sala di fumatori d’oppio e si toglie con grande dignità quel suocappotto sgualcito e quel cappello sfoderato, prima di sdraiarsi e perdersi nel dimenticatoio. Ciò che mi rimane addosso è l’odore di quel tessuto e del vissuto che i suoi occhi spalancati e il suo incredibile sorriso mi hanno trasmesso. Null’altro.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

Pubblicato in Calabria

colonnaSud paese quasi incolpevole che altrove cercai. Tu, autentica terra della fantasia dove il poeta è compreso e l’anfitrione viene accolto come al tempo d’Ulisse.

 

La prima tappa del viaggio di Enea è la Tracia, dove appare un terribile prodigio: i rami di mirto, che l’eroe strappa per ricoprire di fronde l’altare degli dèi, sanguinano.

Questi sono i rami gemmati dalle frecce che hanno trafitto Polidoro, il giovane figlio di Priamo ucciso e depredato dal suo infido ospite, il re Polimestore.

I Troiani lasciano allora la Tracia e si recano a Delo, dove consultano l’oracolo di Apollo.

 

L’oracolo indica loro di cercare “l’antica madre”.

Essi allora si recano a Creta, la terra natia del loro progenitore Teucro. Giunti nell’isola, iniziano a costruire la nuova città, ma un cattivo presagio (una pestilenza) e gli dei Penati apparsi in sogno ad Enea rivelano che non è Creta l’antica madre, ma l’Italia, la terra d’origine del loro capostipite Dardano.  

 

Nell'antica colonia achea di Kroton insieme al culto di Eracle, fondatore mitologico della città, e di Apollo, ispiratore della fondazione stessa, era molto sentito il culto di Hera Lacinia. Pochi chilometri più a sud della città, sul promontorio Lacinio, sorgeva il grande santuario dedicato ad Hera Lacinia, tra le più grandi aree sacre di tutto il mondo ellenico. Moglie e sorella di Zeus e regina tra gli dei, Hera veniva venerata come dea protettrice dei pascoli anzitutto, delle donne, della fertilità femminile, della famiglia e del matrimonio.
Nel VI secolo a.C. venne eretto un maestoso tempio dorico a 48 colonne, facente parte del monumentale Santuario di Hera Lacinia, che già prima era esistente e venerato in tutto il mondo greco. Nello stesso periodo il leggendario Milone, eroe olimpionico ritenuto figlio di Eracle, fu nominato sacerdote del tempio di Hera Lacinia in segno dell'assoluta devozione che la città di Kroton aveva nei confronti del santuario e della dea venerata. Il santuario, uno dei più grandi e certamente più famosi di tutta la Magna Grecia, divenne subito il principale luogo di culto del versante ionico, meta di viandanti e navigatori provenienti da ogni dove pronti a pagare pegni votivi pur di ingraziarsi la potente dea.

“Siamo sul suolo della Magna Grecia. Non ti dirò : ‘Scopriti ed inchinati’. Fa come vuoi; poiché anche qui, come su ogni posto del mondo sul quale sia passato l’uomo, è sparso odio, orgoglio, invidia, rivalità, spirito di distruzione. …Ma, se vuoi, fermati qui, su queste rovine e sosta in silenzio…..Poiché questo fu un mondo in cui gli Dei non avevano vergogna di essere uomini ed i filosofi, gli artisti, gli atleti di essere Dei.”

Gigino A Pellegrini & G el Tarik    

Ruderi-della-Chiesa-di-S.-Francesco-dAssisi

Il centro storico è un agglomerato urbano che riveste carattere storico, artistico o di particolare pregio ambientale. L’ambito oggettivo è dunque chiaramente costituito dagli agglomerati urbani, ma la specificazione legislativa sembrerebbe poi evocare, in modo indistinto, la disciplina relativa ai beni culturali o paesaggistici, nonostante l’imprinting principalmente urbanistico della normativa.

 

Sembra corretto dire, anche se si tratta di questione tutt’altro che pacifica, che l’epicentro della tutela consista proprio nella conservazione della materialità degli “agglomerati urbani” (principalmente, come si desume dalle analisi delle varie leggi regionali, nella prospettiva del recupero e della riqualificazione), ma occorre poi tenere conto, anche delle variabili dimensioni di un centro storico.

I centri storici, dunque, pur non rientrando tra le aree tutelate per legge ai sensi dell’art. 142 del d.lgs. n. 42 del 2004, vengono inclusi tra quelle categorie di beni suscettibili di tutela paesaggistica mediante dichiarazione di notevole interesse pubblico, di competenza regionale, ed, in via sostitutiva, anche ministeriale. Nello specifico, chi dovrebbe tutelare il Centro Storico di Amantea? Che ruolo ha, in Municipio, la ”0pposizione”? Tutto il centro storico di questa cittadina “martire”, ormai da anni, sembra essere piagato dalla presenza di “sventratori” opportunisti senza scrupoli e di ragazzi annoiati che armati di bombolette, scrivono e deturpano i suoi muri.

 

 

Sempre più frequenti sono le segnalazioni di privati cittadini che, nei vicoli più stretti, si vedono costretti a pulire laddove i giovani si incontrano per bere, mangiare e fumare. Sporcizia, abbandono e violazioni edilizie di quello che dovrebbe essere la cartolina di un qualsiasi antico paese. Quello che dovrebbe essere il punto di forza di una città, storia e modernità che convivono negli stessi vicoli, si sta lentamente trasformando in una parte di Amantea che perde la sua peculiare diversità, sotto gli occhi di chi la ama.

Questo cittadino vorrebbe sapere se l’Amministrazione si è fatta un’idea su questo aspetto, se ha un programma di interventi perché ad oggi non si sa nulla, ma mi piacerebbe condividere i punti di vista e aiutare la nostra antica città a crescere. Se la situazione dovesse rimanere così com’è, vorrà dire che un bene di tutti rischia di diventare terra di pochi notabili speculatori.

C’è chi chiede di tappezzare il centro storico di videocamere di sorveglianza, ma forse basterebbe semplicemente imparare a conoscere ed apprezzare ciò che ci circonda, oltre ad un pizzico di conoscenza. La salvaguardia di monumenti, degli ambienti, dei paesaggi urbani, dei territori e dei centri storici, è un portato specifico della cultura moderna, non di quella che si spaccia “restauratrice”. Nessun esponente di una avanguardia estetica, nessun architetto autenticamente tale si sognerebbe di deturpare un monumento, un ambiente, un paesaggio o un centro storico.

 

I locali sventratori, vandali, e massacratori, non sono mai appartenuti ad una sensibile avanguardia culturale, anzi l’hanno combattuta con ferocia, in nome di presunte antiche glorie, di cui non capiscono un bel niente.

La vista migliore del nostro centro storico è da località “Lumera” o dall'alto dell'acquedotto. Sfortunatamente da lì non passano turisti. Le migliaia di persone che invece attraversano il paese percorrendo la ex statale subiscono un impatto piuttosto deludente: gli antichi palazzi e la parte dell'abitato di Corso Umberto I che si affaccia su la moderna città in basso, non colpiscono positivamente l'occhio e non rendono giustizia alla Nimpha Quasi per Arenam Currens: Amantea. Questo è un vero delitto perché negli ultimi tempi non si è fatto nulla per migliorare l’antico Borgo.

Al contrario, si sta facendo di tutto per cancellarlo. Una canna fumaria posticcia sale da una finestrella fino al tetto e alcune persiane, in alluminio, sono di colore diverso dalle altre. Si tratta evidentemente di interventi che non potevano essere effettuati.

E’ evidente che nel centro storico perdurano prescrizioni fortemente abusive a tutela delle “facciate”; mentre di quello che doveva essere fatto, non c'è traccia. Conosciamo le problematiche di queste situazioni, quando le proprietà sono frammentate è difficile mettere d'accordo tutti, in special modo se c'è da spendere dei soldi. Comprendiamo meno il mancato intervento, da parte dell’Amministrazione, nei confronti delle risoluzioni irregolari che, oltre a deturpare dei beni comuni (perché di questo si tratta), creano pericolosi precedenti per chi intendesse realizzare opere analoghe in altre case del centro storico. Un'altra situazione che dimostra la scarsa sensibilità nei confronti della bellezza del nostro passato sono le scelte dei materiali e dei colori che nulla hanno a che vedere con il ripristino dell’originale.

Se “modernizzare” vuol dire stravolgere il senso di quanto ci è stato tramandato e che noi dovremmo tramandare a nostra volta, significa che c’è una perdita di valori e di conoscenza profondissima.

 

Al di là di qualsiasi considerazione, il centro storico viene quotidianamente stuprato nella più assoluta indifferenza, mancanza di valori sociali e del senso del bene comune.

Il centro storico ha allora due problemi fondamentali, che se non risolti rischiano di rovinarlo per sempre: da un lato le tante abitazioni da troppo tempo abbandonate, le quali costituiscono anche un problema all’incolumità degli stessi abitanti, dall’altro delle iniziative private non sottoposte ad alcuni vincolo, creano vistosi problemi di impatto visivo al paesaggio.

 

Il nostro genuino desiderio è che queste constatazioni possano essere utili per una presa di coscienza collettiva, se non da parte degli amministratori comunali, ma di tutta la comunità amanteana, sul valore, estetico, economico e sociale, delle testimonianze storiche di questo nostro umiliato paese. Le ingiustizie, gli abusi, gli interessi famelici di pochi e le diseguaglianze perseguite dalle società liberal democratiche sono sotto gli occhi di tutti. Essere sdegnati oggi è una questione etica e di sensibilità.

 

Un’etica che dovrebbe arricchirsi continuamente dinanzi alle sfide che la storia e la vita ci propongono continuamente. Mentre gli scienziati e gli intellettuali si chiedono oggi come salvare la bellezza del nostro ambiente, ad Amantea si verificano fenomeni socio-culturali che la offendono e imbruttiscono.

Perché questo scenografico centro storico segnato da straordinarie incidenze architettoniche e artistiche, non è sentito come tale, ma viene degradato a mero oggetto di consumo in modo incivile e la sua bellezza viene insultata? Forse perché i nostri sensi, sopraffatti da quelli della barbarie, sono continuamente bombardati da mille stimolazioni, incessanti, assordanti, in cui ci sperdiamo. Per questo occorre far chiarezza e comprendere quali siano le priorità e che c’è un ordine di valori da pensare o ripensare alla nostra indifferenza e capacità di reagire a tutto questo.

Allora una delle risposte ad una auspicata ma mancata rivolta potrebbe essere quella della scarsa formazione e capacità di lettura del reale, dovuta anche alla volontà da parte dei potentati di mantenere le masse nell’ignoranza, e lo vediamo dalle scelte di riforme “democratiche” che ci vengono propinate quotidianamente. E per questo, i crimini di cui un popolo si vergogna costituiscono la sua vera storia.

Questa parte della nostra storia passata, dovrebbe essere tutelata attraverso precisi strumenti urbanistici, ovvero alla stregua di bene paesaggistico vincolato con provvedimento amministrativo. “ Non popolo arabo, non popolo balcanico, non popolo antico ma nazione vivente, ma nazione europea:

e cosa sei? Terra di infanti, affamati, corrotti, governanti impiegati di agrari, prefetti codini, avvocatucci unti di brillantina e i piedi sporchi, funzionari liberali carogne come gli zii bigotti, una caserma, un seminario, una spiaggia libera, un casino!

 

…..”Sprofonda in questo tuo bel mare, libera il mondo.” P.P.Pasolini

 

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

LibreriaTavella presentazione-1Dopo numerosi incontri di presentazione, “Il cacciatore di meduse”, il nuovo romanzo di Ruggero Pegna che racconta la storia di un piccolo migrante somalo, è sbarcato a Lamezia Terme, città dell’autore.

 

A sei mesi dalla pubblicazione da parte della casa editrice Falco, l’attualissimo e commovente romanzo è stato presentato negli “Incontri con l’autore” della storica Libreria Tavella dalla conduttrice e scrittrice Rosalba Baldino. Numerosi i presenti, tra cui giornalisti e lettori, che hanno arricchito con le loro testimonianze l’emozionante incontro.

 

Gioacchino Tavella, introducendo il romanzo, ha ripercorso il viaggio nel sociale delle varie pubblicazioni di Ruggero Pegna, a cominciare da “Miracolo d’Amore” dedicato alla lotta alla leucemia, malattia che lo colpì nel 2002, al romanzo “La penna di Donney” che, con la storia di un condannato a morte innocente, ha evidenziato l’atrocità della pena capitale, dalle raccolte di poesie a sfondo esistenziale al libro “La pecora è pazza”, dedicato alla lotta a tutte le mafie.

“Questo romanzo – ha sottolineato Tavella – racconta con originalità la storia di un bambino che lascia un lembo d’Africa afflitto dalle guerre per un futuro migliore e di pace. Una storia come le tante riportate quotidianamente dalla cronaca, ma questa è raccontata con gli occhi e la voce dei protagonisti, degli stessi migranti. Un romanzo molto bello e commovente – ha concluso Tavella, rivolgendosi ad alcuni insegnanti presenti – che meriterebbe di essere introdotto nelle scuole, perché aiuta a superare il pregiudizio verso ogni forma di diversità, a cominciare dal colore della pelle.”.

 

In realtà, come ha ribadito Rosalba Baldino, “Il cacciatore di meduse” è già entrato in molti istituti scolastici, interessando e convincendo docenti e studenti. Dopo la lettura di brani del libro da parte della giornalista, numerosi interventi hanno arricchito una presentazione insolita, a più voci, impreziosita dalla presenza di un giovane immigrato somalo sbarcato realmente a Lampedusa, come il protagonista del romanzo, attualmente ospitato dalla “Malgrado Tutto” di Lamezia Terme.

Il giovane diciottenne ha raccontato con occhi lucidi, pieni di serenità, la sua toccante storia: “Non ho avuto paura del deserto e del mare. Volevo arrivare qui per salvarmi dalle bombe e, con i miei guadagni, aiutare i miei familiari che sono rimasta lì. Ringrazio Malgrado Tutto di Raffaello Conte e Lamezia per l’accoglienza. Qui ho trovato un lavoro e spero, un giorno, di poter tornare in Somalia dalla mia famiglia!”. Una testimonianza forte che, da sola, ha sintetizzato l’atmosfera speciale e di grande umanità di questa presentazione, in linea con le forti suggestioni che riesce a trasmettere il romanzo.

 

“La storia di Tajil, un bambino nero che non sapeva di essere diverso perché nel suo villaggio a Chisimaio tutti avevano il suo stesso colore della pelle – ha concluso Pegna – non vuole offrire analisi o soluzioni ai dilemmi e drammi di questi giorni, ma è semplicemente un romanzo che parla di sentimenti e apre al tema del rispetto degli altri e delle loro infinite diversità, usando la chiave della bontà e degli affetti. Se ci immedesimiamo in chi vive le loro sofferenze, come ho fatto in questa storia, è naturalmente umano condividerne amarezze e delusioni, ma anche speranze, attese e desideri”.

Show Net srl

Corso Nicotera, 237

88046 Lamezia Terme

Pubblicato in Comunicati

vie sindacoCementare il rapporto tra gli appassionati di fotografia e la città. Partendo da questo presupposto l’esecutivo guidato dal sindaco Monica Sabatino ha deliberato l’adesione al progetto “Wiki loves monuments”.

 

Si tratta, nello specifico, di un concorso fotografico internazionale che consiste nel documentare il patrimonio artistico e naturalistico di un determinato territorio, potenziandone la visibilità e sensibilizzando l’opinione pubblica sulla necessità di tutela dello stesso. L’iniziativa è stata lanciata da Wikipedia, l’enciclopedia libera consultabile in rete, allo scopo di favorire la conoscenza e la fruizione di città e paesi lontani dai grandi circuiti turistici internazionali. La foto del Castello della Valle di Fiumefreddo Bruzio, ad esempio, oltre ad essere giunta in finale, è stata tra le più cliccate dell’edizione 2014. In questo caso il termine condivisione è sinonimo di promozione e di conoscenza.

«Purtroppo – spiega il vice sindaco Giovanni Battista Morelli – in Italia vige il Codice Urbani che regola l’uso delle immagini dei luoghi d’arte. Tale normativa, infatti, non prevede la possibilità di fotografare i monumenti e “ri-licenziarli” senza una precisa autorizzazione da parte degli enti pubblici territoriali che abbiano in consegna tali beni o dei privati che ne siano proprietari. Seguendo l’esempio di altri comuni virtuosi, con l’adozione di un’apposita delibera, abbiamo “liberato” da questo obbligo alcuni luoghi dall’elevato interesse storico, artistico, paesaggistico e monumentale. I fotoamatori potranno immortalare in tutta tranquillità il complesso conventuale di San Bernardino da Siena, l’antica chiesa di San Francesco d’Assisi situata nell’area del Castello, il parco della Grotta, la Scogliera di Coreca e piazza San Francesco a Campora San Giovanni. L’intenzione è fare in modo che Amantea possa diventare una città “photo-free”, favorendo così la presenza degli artisti dell’immagine».

L’adesione, assolutamente gratuita e senza alcun onere a carico dell’ente, si è concretizzata grazie all’interessamento di Settimio Martire e Pompeo Colonna, gestori del sito viverefiumefreddo.it che sono anche referenti locali per lo sviluppo del progetto. «Ci auguriamo – spiegano Martire e Colonna – di poter organizzare nelle prossime settimane una sessione fotografica che possa coinvolgere più comuni della costa, consentendo così a chi proviene da fuori regione di entrare in contatto con la nostra realtà culturale. Il concorso è suddiviso in due fasi: la prima fase si svolge a livello nazionale, poi le dieci fotografie più meritevoli di ogni Paese verranno giudicate a livello internazionale per scegliere la foto vincitrice. Le regole da seguire per partecipare al concorso italiano sono semplici: basta scattare una fotografia a un monumento tra quelli indicati nelle apposite liste, essere disponibili a rilasciare la propria immagine una licenza “CC-BY-SA” e caricare l’immagine, nel prossimo mese di settembre, sul sito www.commons.wikimedia.org, inserendo il codice identificativo del monumento. Ogni fotografia entrerà a far parte del grande bacino di “Wikimedia Commons”, la banca dati multimediale di Wikimedia, e verrà usata per illustrare le voci di Wikipedia e i progetti correlati».

Pubblicato in Politica

Una vecchissima tradizione calabrese ( e non solo) ricorda che il giorno della Candelora era l’ultimo per smontare il presepio.

La Candelora -  che cade il 2 febbraio – è il giorno in cui la Chiesa celebra la presentazione di Gesù al Tempio.

Ecco perché si “scasciave” il Presepe: Gesù ormai quaranta giorni dopo la nascita era pubblico.

La festa delle candelora  ha origini nell’antica Roma e si celebrava tra il 15 e il 18 del mese. I romani, per le calende di febbraio, illuminavano la città per tutta la notte con fiaccole e candele, in onore della dea Giunone Februata( da qui il nome febbraio) , madre di Marte, dio della guerra, e imploravano dal figlio la vittoria contro i nemici (ed il nome candelora deriva proprio dalle candele accese). Per questo le donne giravano con ceri e fiaccole accese, come simbolo di luce e benevolenza divina

La festività della candelora celebrava infatti il ritorno della luce dopo i mesi del buio.

Da qui la estensione di inizio del risveglio della natura dopo il sonno dell'inverno.

Fu papa Gelasio I, fra il 492 e il 496, a cristianizzare la festa, che prese il nome di «Quadragesima de Ephifanìa» .Nel VII secolo, Papa Sergio I istituzionalizzò la festa per il giorno 2 febbraio.

In quel tempo le donne ebree, dopo aver partorito, erano sottoposte ad un periodo di isolamento che durava 40 giorni. Purificata la Madonna potè uscire e portare Gesù al tempio.

Da quel tempo la Candelora è una specie di porta tra l’inverno, oramai al suo declino, e l’imminente primavera.

Secondo l’antica tradizione calabrese tutti i partecipanti alla funzione del giorno della Candelora portavano a casa una o più candele.

I ceri benedetti erano poi conservati in casa e venivano accesi, davanti alla finestra,quando si scatenavano i forti temporali e le famiglie erano preoccupate per i loro cari che in quel momento si trovavano per mare in pericolo di vita.

Si accendevano anche assistendo un moribondo, e in qualunque altro momento in cui si sentiva il bisogno d’invocare l’aiuto divino.

Con il tempo la candelora cominciò ad indicare il tempo futuro.

Ed allora quando era buon tempo si usava dire che “ alla cannilora stata d’intra e viernu fora”

Ma come per tutti i proverbi, c’era sempre il suo contrario e così si diceva che “Ma si chiove e tire vientu, dell’inverno siamo d’intra”

Insomma tanti detti e proverbi ( ed i loro contrari) che essi diventavano regole auree con cui si scandiva la vita sociale.

Un antichissimo proverbio latinorecita: “Si Purificatio nivibus – Pasqua floribus/ Si Purificatio floribus . Pasqua nivibus”; ossia “se il 2 Febbraio fosse stato freddo e nevoso, la Pasqua sarebbe stata bella, se invece, al contrario, il giorno della Purificazione fosse stato sereno, a Pasqua sarebbe caduta la neve”.

Poi c’è un detto latino più recente che sulla Candelora, recitava che: “Sole micante – die Purificante/ frigor peior post quam ante”; ossia: “Se il sole ammicca il giorno della Candelora, seguirà un freddo ben peggiore di prima”.

Pubblicato in Italia

Il 2 febbraio è la festa della Candelora. Nella foto Amantea, oggi; una eccezionale giornata di sole!

La Chiesa cattolica (Levitico 2,22-39), celebra con questa festa la presentazione al tempio di Maria , quaranta giorni dopo il parto ( prima non era possibile perché per gli ebrei, dopo il parto di un maschio, una donna era considerata impura per un periodo di 40 giorni).

In questo giorno secondo una usanza, che pare di origine francese, e che è documentata a Roma solo tra il IX e X sec., di benedire le candele simbolo di Cristo "luce per illuminare le genti".

La Candelora (deriverebbe dal tardo latino "candelorum", per "candelaram", benedizione delle candele) è celebrata anche nella tradizione pagana e neopagana, ed alcuni studiosi rilevano come si tratti di una festività introdotta appunto in sostituzione di una preesistente.

Sempre in merito alle origini italiche della Candelora, nel "Lunario Toscano" dell'anno 1805 si ritrova questo testo: "La mattina si fa la benedizione delle candele, che si distribuiscono ai fedeli, la qual funzione fu istituita dalla Chiesa per togliere un antico costume dei gentili, che in questo giorno in onore della falsa dea Februa con fiaccole accese andavano scorrendo per le citta', mutando quella superstizione in religione e pieta' cristiana".

Per la cronaca, i gentili erano i pagani e la Dea Februa era Iunio Februata (Giunone purificata), che veniva celebrata a Roma alle Calende di febbraio. Quindi, la purificazione di Maria fu fatta coincidere (per sostituirsi poi del tutto o quasi) con la festa pagana dedicata a Giunone e ai Lupercali

Per le tradizioni celtiche questa ricorrenza viene chiamata invece Imbolc (da imbolg - nel grembo) e risulta particolarmente legata alla triplice Dea Brigit (o Brigid), divinità del fuoco, della tradizione e della guarigione; anche questa festa venne poi trasformata in età cristiana e il ruolo della Dea affidato alla figura di santa Brigida, a cui vengono attribuite tutte le caratteristiche della divinità, in particolare quella del fuoco sacro.

La candelora, segnava il passaggio tra l’inverno e la primavera ovvero tra il momento di massimo buio e freddo e quello di risveglio della luce( da cui le candele che vincono il buio dei giorni invernali).

Una festa quindi antichissima e legata alla tradizione ed alla religione. Da qui i tanti proverbi che la arricchiscono e che come al solito “sono pronti ad ogni evenienza”.

Ta noi ad Amantea si dice: “Alla Cannilora , stata d’intra e viernu fora”

Contemporaneamente si dice anche “ Tantu sulu alla cannilora , tantu fruddo e niva ancora”

Ma ci sono anche le posizioni intermedie come il proverbio che dice “ Alla cannilora ci su quaranta juorni i friddu ancora”

Il più antico e certificato proverbio sembra quello che si fa riferire al 474 dopo Cristo ed introdotto dal patriarca di Roma Gelasio , il quale dice “Per la santa Candelora se nevica o se plora dell'inverno siamo fora” (nb plora dal latino piangere in senso figurato piovere

Pubblicato in Cronaca
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