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Sere d’inverno in paese

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Il piccolo marciapiede, d’estate ricco di vita, ora, sotto la pioggia, era deserto.

Ma, dentro il negozio, nell’angusto spazio per il pubblico, diverse persone -forse otto, dieci- trascorrevano, usualmente, il tempo;

celiando e guardando, ogni tanto, fuori della vetrina.

Ecco, stava passando Giovanni, in auto; si era voltato un attimo per vedere chi ci fosse dentro ed era stato riconosciuto.

L’aveva visto Pasquale, chiaramente, anche se tra la pioggia battente ed il vetro del finestrino.

E poi, Pasquale, proprio quella mattina, s’ era comprato le nuove lenti, e c’era da giurarci -come fece- che fosse il povero Giovanni.

Eh, si! . Giovanni, l’ignaro cornuto, il becco, cento volte becco.

Ed ognuno raccontò di Giovanni; o meglio, della sua signora.

Ed in tanti anni di tradimenti, ce n’era da raccontare.

Ma erano tutte cose risapute che non avvincevano più e così tornò il silenzio.

E così Pasquale ne approfittò “ Beh, disse, vado a prendere il giornale, prima che l’edicola chiuda. Vi saluto”

Ed uscì, protetto dal vecchio e logoro ombrello, il cui nero originario era ormai un grigio chiaro.

Non fece in tempo ad uscire.

“ E che cazzo !. Sono vent’anni che usa lo stesso ombrello. E, poi, con lui non si riesce mai a parlare delle notizie del giorno; sono vent’anni che aspetta la sera per farsi dare il giornale ed infilarsi a casa a leggerlo”

Ed anche il povero Pasquale, così, fini nell’arena, trafitto dalle banderillas e poi matato dal torero.

Intanto passava il tempo.

Ciccio batteva il piede ritmicamente. Era ospite di un suo compare del quale aveva preparato la figlia per gli esami di stato; il compare aveva la terra a Colongi e faceva due maiali all’anno.

Era da Natale che gli mancava una buona cena.

Ma Ciccio era anche preoccupato di uscire: si era confidato con Mario dicendogli della cena.

E così gli si avvicinò quatto, quatto, fidando della serietà dell’amico e lo pregò di non farne parola.

“ Ma scherzi, Cì ? Io sono una persona seria”, si lasciò scappare Mario, cogliendo proprio un attimo di silenzio degli amici.

Ma tutti diedero ad intendere di non avere capito e Ciccio, convinto di essere al sicuro, salutò ed usci.

Fu un attimo.

“ Ma che e’ successo? “ , chiese Vincenzo. E tutti gli altri parlarono con gli occhi.

Mario si senti le gambe deboli; capì immediatamente di essersi esposto; ora era lui al centro e da lì, da quella brutta posizione non ci si defila e tantomeno si scappa.

Decise di salvarsi, e parlò.

Raccontò che Ciccio era andato a mangiare dal suo compare di Colongi; disse, anche, che, ovviamente, come sempre, ci sarebbe andato a mani e pancia vuota; forse aveva persino digiunato a mezzogiorno.

“ Bell’amico”- rispose qualcuno- Ci lascia tutti qui al freddo e lui va a riempirsi la pancia “

E l’eco:

“ E cumu sa d’inchie!”.

“ Un si lasse scappari mai n’occasiona pe’ jiri a sbafari. Puru alli buffè ”

Saliva. La Temperatura saliva.

Poi Vincenzo.

“ unne’ ca e’ parientu a chillu ca va alli ristoranti, ristoranti, quannu ci su li matrimoni, pè s’abbuschjari ancuna cosa ?”. “ Cumu si chiame?”

E giù risate.

Ormai che c’era , intervenne anche Mario.

“ Pero’ na cosa avim’i diri, festi e festicelli i sa stagiona un cinni sunu. A vistu cumu ere dimagritu?

E giù risate.

Ma pure qualche brivido. Si era messa male, quella sera. Ne erano tutti consapevoli. Occorreva scendere di tono. In fondo erano tutti amici.

Ed allora si cominciò a parlare della Amministrazione, dei partiti, della classe politica.

Ma l’argomento non affascinava; erano tutte cose trite e ritrite. Non c’era nessuno scandalo in vista ed il tempo uggioso non invitava alle fantasie parapolitiche.

E venne la nostalgia. Prepotente, preoccupante .

Il discorso si avviò indietro verso il passato, verso gli anni sessanta, famosi, mitici, con la loro vitalità culturale che dava tono e spessore alla stessa cultura amanteana.

Ed ognuno contribuiva; ognuno si sforzava di crederci, o –forse- ci credeva davvero.

Magari tutti pensavano al loro salotto, al camino, alla televisione, ad un buon bicchiere di brandy; ma queste cose facevano sembrare vecchi- meglio non dirle.

“ Oh, ha smesso di piovere” esordi Vincenzo , d’improvviso. E lasciò cadere giù la frase, nella speranza che qualcuno gli facesse da spalla e suggerisse di andare via.

Ma nessuno si mosse, nessuno parlò.

“ Che cazzo di fregatura” pensò ,tra sè e sè , Mario. Gli sembrava fosse tardi; lui domani mattina doveva andare a Cosenza e doveva alzarsi presto. Ma non osava scoprirsi, non osava nemmeno guardare l’orologio.

Aspettava impaziente che il discorso si portasse su qualcuno; magari qualcuno che passava; così, da poter sgattaiolare di fretta mentre erano a metà della mattanza così da non dare agli amici tempo di reagire.

Ma niente. Non passava nemmeno un cane. Solo ragazzini.

“ Cazzo”, pensò. “Vuoi vedere che e’ finito il film? Ma allora e’ proprio tardi?”

Allora incrociò le braccia, facendo scoprire l’orologio. Lasciò un po’ di tempo per paura che il movimento fosse stato colto.

Gli venne in aiuto Vincenzo.

“ Sono quasi le otto. E’ ora di andare”

Ed uscì davanti alla porta, aspettando che uscissero anche gli altri .

Mario era indeciso; pensava “ Se usciamo insieme a chi di noi due crocifiggono? A me, a Vincenzo, a tutti e due?

Chissà perché gli venne in mente Cristo. Cristo tra i due ladroni .

Un attimo, si fece coraggio, salutò tutti ed uscì, non senza lanciare a chi restava uno sguardo supplichevole.

Quello che vide non gli piacque. Gli altri erano tranquilli, non sembrava avessero fretta di uscire .

Salutò Vincenzo e svoltò l’angolo.

Si fece velocemente il segno della croce.

Anzi allungò l’indice e l’anulare della mano destra ed infilò la mano in tasca.

Aveva paura. Le altre volte l’aveva pagata cara. Le fitte lo avevano colto all’improvviso forti, violente.

Ne aveva anche parlato con il medico di famiglia; ma se ne era pentito; si era preso uno sguardo intenso , senza parole, che lo aveva mortificato.

Ma sembrava tutto normale. Era arrivato a casa e non aveva sentito niente. Meno male ! Forse se ne erano andati tutti, o forse avevano preso di mira Vincenzo .

“ Sicuramente stanno scannando Vincenzo; eh,eh”

Non era così.

Lo stavano massacrando ricordando che doveva andare a letto presto perché la mattina doveva alzarsi presto per prendere il pullman lasciando la moglie, ancora piacente, tra le calde lenzuola dove veniva spesso raggiunta dal suo amante che prima verificava che Mario fosse salito sul pullman .

E pensare che con il suo stipendio si sarebbe potuto comprare un’auto e partire per Cosenza molto più tardi.

Eh, eh. E’ sicuro , Vincenzo sarà uscito e lo stanno scannando ”

Non fece in tempo a dirlo che si piegò improvvisamente di lato, la mano sul muro delle scale, ansante, perché una fitta improvvisa lo aveva colpito al fianco sinistro.

Erano loro !

Si riprese quasi subito; fini le scale ed entrò a casa.

Si mise le pantofole. L’ambiente caldo della cucina lo confortò; si mise a leggere il giornale; per atteggio non per interesse; la sua mente era ancora là, tra gli amici.

Si chiedeva cosa stessero facendo. Ed intanto pensava di essere come il Totò di “ non e’ vero, ma ci credo”.

“ Che stupido” si disse; sono un professore !

Manco il tempo, che ecco una altra fitta; più forte, che lo fece sussultare.

La moglie lo guardò sorpresa .

“Niente , niente” .

Stava per alzarsi e riuscire ; aveva fatto male a tornarsene prima.

“ Tonì, ma fa fari na telefonata? Disse Nicola

Tonino da attore navigato alzò gli occhi al cielo; sempre la stessa soluzione del cacchio. Telefona alla moglie che gli dirà di tornare subito perché c’è gente a casa e poi con fare mesto ed allargando le braccia dirà: “Mi dispiace, non era previsto. Sono costretto a lasciarvi, avrei voluto finire con voi la serata….. Purtroppo…. Voi mi scuserete…..”

Gli altri compresero ma trattennero il sorriso.

E così fu. Esattamente così, parola per parola, pausa per pausa.

Nicola assentiva al telefono da dentro il quale si sentiva la voce querula e sorpresa della moglie .

Poi uscì, volgendo dal vetro della porta un ultimo sguardo agli amici.

“Tonì! Sei un attore! , disse Rocco e Tonino sorrise.

Poi Rocco : “ Ma chi fissu! S’è capitu ca a mugliera cià dittu : Ch’è successu ……? E chiù nenti. Ma si facisse chiamari i d’illa! Mo ……….. si spagne ca ci cantamu i corna. A tutti ma mai ad’illu.

Povariellu, tene la mugliera chiù brutta du paisu ca pè ci fari i corna avisse di pagare l’amanti!

Ora erano rimasti soltanto Peppe, Rocco e Tonino.

Ormai era tardi; ma nessuno di loro aveva il coraggio di uscire .

Tonino chiuse la cassa; tirò i conti; si mise i soldi in tasca; chiuse il sacchetto della spazzatura e lo pose vicino alla porta .

Ecco aveva finito il rituale serale . Era ora di chiudere .

Il silenzio ormai impregnava l’aria pesante come un macigno .

Poi l’autodifesa e la sagacia la ebbero vinta .

“ Amici”, disse Peppe , “ E’ ora di andare”.

“Tinni và ? “ chiese Rocco.

“ No, no” , disse Peppe scandendo le parole , “ninni iamu”

“Ru’ , e ninni iamu tutti insieme e pè tri stradi diversi.

Sentiti a mia , chè la meglia cosa!”

“po’ esse” rispose Tonino .

E cosi’ fu.

 

Ultima modifica il Giovedì, 12 Gennaio 2017 21:37
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