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chiusaI nuovi media digitali sono portatori di immagini e suoni, piuttosto che parole e pensieri, e se si consultano in solitudine o in qualche versione di qualche comunità virtuale, è improbabile che possano fare molto di più qui che in Kosovo o in Los Angeles. A dire il vero, i nuovi media sono attualmente ancora basati su testi; ma il loro futuro è nelle immagini. Essi, in ultima analisi, sono un surrogato efficiente della televisione e del cinema, piuttosto che di libri e giornali. Lascia un po’ stupefatti ma non sorpresi nel vedere quanti computer-dipendenti usano i loro portatili per le proiezioni di film privati ​​sui loro nuovi dischi DVD! Man mano che si evolvono , i nuovi mezzi di comunicazione saranno destinati ad acquisire tutti i difetti politici preesistenti. Una successione di immagini in rapido movimento non è favorevole al pensiero, ma favorisce la pubblicità, la manipolazione e la propaganda, e queste sono le caratteristiche della moderna cultura del consumo e della privatizzazione dell’ideologia politica che sostituisce governi con i mercati. Il potere delle immagini non può essere sottovalutato. Pochi anni orsono, gli americani negli USA venivano trattati a colpi di orribili immagini televisive provenienti dal Corno d'Africa: l’immagine del corpo straziato di un soldato americano che veniva trascinato attraverso una piazza dove un elicottero americano era precipitato in fiamme. In un solo istante, quella immagine trasformò la politica estera americana nel portare a termine e in modo poco cerimonioso l'impegno strategico americano in quella parte del mondo. Le parole possono, naturalmente, anche ingannare, ma i film di Leni Riefenstahl colpiscono più dei testi di un Goebbels. Il film di Steven Spielberg Ilsoldato Ryan per esempio, può benissimo essere inteso come un rafforzativo del cinismo politico del nostro tempo, mentre Spielberg celebrava il coraggio quotidiano di alcuni individui ostinati, allo stesso tempo decostruiva la lotta globale del seconda guerra mondiale privatizzandone gli obiettivi e le motivazioni dei suoi protagonisti. Oliver Stone è un caso ancora più evidente, i suoi film sono colmi di uno scetticismo buio e anti liberal-democratico. E questo è evidente anche sia nel decostruire spiegazioni ufficiali sull’ assassinio di Kennedy o della guerra in Vietnam. Il regista statunitense realizza immagini di una storia diversa da quella ufficiale fornendo una verità diversa da quella ufficiale. Spielberg e Stone hanno ovviamente un diritto, anche un dovere nel fornire attraverso le immagini una versione diversa su come guardare alla guerra o all’amministrazione di Johnson. La tecnologia digitale migliora tale manipolazione. Come può trasformare forme e profili per creare un mondo di illusione convincente nei film, può trasformare sensazioni e sentimenti per creare un mondo di pregiudizi convincenti sul web. La nostra civiltà si è formata principalmente sulla parola e su documenti scritti la Bibbia, la Torah, il Corano, radicando nella ragione, la coerenza e la promessa di mantenimento (la consistenza delle parole della mutevolezza della personalità). Siamo sempre stati ancorati a ciò che Aristotele chiamava logos, che ci ha permesso di imporre ordine e significato al mondo attraverso il linguaggio e segni che hanno dato alla persona un discorso comune con il quale siamo in grado di mediare i nostri interessi e trovare un mezzo per collaborare, loro malgrado. La liberal-democrazia poteva essere definita, il governo del logos ed era il logos che legittimava regimi radicati originariamente solo nel potere e nell’ interesse. Se in principio "era" la parola, e alla fine ci saranno solo immagini, la democrazia, finalmente, potrà esprimere tutta la sua semi-nascosta mostruosa natura fatta di brutalità e inganno.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

sogni01Innanzitutto bisognerebbe impadronirsi il più possibile della conoscenza di questi ultimi sviluppi tecnologici. A tutti i livelli. Su questa base bisognerebbe poi definire politiche adeguate a stimolare, a orientare, controllare e condizionare le innovazioni in modo che non siano sacrificate esigenze vitali dei lavoratori e dei cittadini in genere. Ma bisognerà anche saper vedere i problemi che si pongono per la composizione sociale. Credo che dobbiamo ormai considerare come un dato ineluttabile la progressiva diminuzione del peso particolare della classe operaia tipica. Le congiunture economiche possono, di volta in volta, accelerare o decelerare questa tendenza. Con la lotta si deve poi intervenire in questi processi, per evitare che essi assumano un carattere autoritario con un palese danno ai lavoratori. Ma la tendenza è ed è sempre stata quella. Alcuni traggono da ciò la conclusione che la classe operaia è morta e che con essa muore anche la spinta principale alla trasformazione. Mi sono detto, allora, che tutti noi siamo dei morti viventi, degli zombi.Secondo me non può essere così, a condizione che si sappiano individuare e conquistare alla lotta per la trasformazione altri strati della popolazione che assumono, anch’essi, in forme nuove, la figura di lavoratori sfruttati come i lavoratori intellettuali, i tecnici, i ricercatori e tutti quelli che percepiscono un salario . Sono anch’essi, come la classe operaia, una forza di trasformazione. E poi ci sono le donne, i giovani…La democrazia elettronica limitata ad alcuni aspetti della vita associata dell’uomo può anche essere presa in considerazione solo se farà parte di un disegno che avrà come fine ultimo lo stravolgimento del sistema attuale. Ci vogliono limiti precisi all’uso dei computer come alternativa alle assemblee spontanee e di piazza. Tra l’altro non credo che si potrà mai capire cosa pensa davvero la gente se l’unica forma di espressione democratica diventa quella di spingere un bottone. Dietro a questa e ad altre reali preoccupazioni che vengono segnalate rispetto alla rivoluzione elettronica c’è spesso un tradizionale sentimento delle élite intellettuali, che di fronte a tutti i fatti che significano socializzazione della cultura o della politica si ritraggono con l’impressione che questo poi finisca per schiacciare la vita dell’individuo, la creatività, l’arte. Questi stessi intellettuali, usignoli dell’imperatore di turno, hanno contribuito a “vendere” la democrazia come distinta dalle altre forme di governo per il principio secondo il quale, coloro che governano, sono soggetti al controllo di coloro che sono governati. Concludendo con l’affermare che, In una vera democrazia, il potere fluisce dal basso verso l’alto. Questa favoletta è stata raccontata in tutte le salse. In Italia, perfino nelle chiese cattoliche. Oggi, sempre questi sparaballe di turno, stanno diffondendo la novella di “Democrazia elettronica” la quale da qui a poco, rapida e “democraticamente assistita”, potrà essere usata per educare gli elettori sulle nuove tematiche, facilitare la discussione di importanti decisioni, registrare istantaneamente le opinioni e permettere alla popolazione di votare direttamente le politiche pubbliche. Alleluia! Non è tutto. Le attuali tecnologie di telecomunicazione faciliterebbero il nostro sistema politico di tornare alle radici della democrazia occidentale, così come esso è esistito nelle antiche città stato greche. Una democrazia, in altre parole, basata sulla partecipazione(non nostra, non è prevista) alla discussione politica che si svilupperebbe nell’ambito in una delle sfere pubbliche. In breve, la Democrazia elettronica si realizzerà quando i signori della guerra e della pace, che hanno dominato la scena negli ultimi secoli, decideranno di ridisegnare le nuove istituzioni politiche e i meccanismi politici che attualmente non funzionano e che contribuiscono a far crescere il senso di frustrazione della gente verso la politica. Tutti noi saremo lì a ringraziare come sempre per le briciole che cascano dal loro cielo, dicendo a noi stessi, ancora una volta: “Poteva andar peggio”.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

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padellaDa una analisi dei siti politici realizzati finora, emerge la persistenza di un modello di comunicazione verticale ed unidirezionale, che nei siti istituzionali si affianca ad una limitata utilizzazione delle potenzialità della rete per fornire servizi effettivi ai cittadini. Se è vero che le tecnologie sono un agente di trasformazione radicale degli assetti sociali, allora, dobbiamo aspettarci grandi trasformazioni nella forma stessa della democrazia attuale. Ma quale tipo di democrazia sarà questa democrazia virtuale futura? Quello che si intravvede è una democrazia virtuale che sta per rivelarsi in tutta la sua pericolosa illusione e che nasconde un nuovo e tecnologico totalitarismo? Il momento attuale ci pone di fronte a un paradosso. I primi quindici anni di questo secolo sono stati un periodo di progressi sorprendenti nel settore delle comunicazioni e delle tecnologie dell'informazione, tra cui la digitalizzazione, piattaforme video accessibili, smartphone, l’accesso a Internet per milioni di persone e molto altro. Questi cambiamenti dovrebbero essere indice di un processo di crescita, sia dell'individuo sia delle collettività, e sull'incremento della stima di sé, e dell'autodeterminazione, e dovrebbero far emergere risorse latenti che avrebbero potuto portare l'individuo ad appropriarsi consapevolmente del suo potenziale. Eppure, nonostante questi cambiamenti, nel mondo occidentale, la democrazia - un sistema politico basato sul concetto di empowerment degli individui - è in questi anni diventata paludosa. Il numero di nazioni “democratiche” oggi non è maggiore di quello che era all'inizio del secolo. Quando la polarizzazione avviene senza un consenso generalizzato sulle regole del gioco democratico, lo stesso sistema rischia l’implosione. Inoltre, gli autocrati hanno, in modo significativo incrementato il monitoraggio, vincolando, e persino bloccando le cosiddette tecnologie che dovevano essere di “liberazione”. Il capitale, è indotto da un istinto potente alla concentrazione e alla sua legittimazione. Non è affatto vero che la tecnologia digitale abbia disarticolato le gerarchia di potere e la sua concentrazione. I media restano fortemente oligopolistici, intrecciati con le élite che detengono l’autorità politica e il loro ruolo di intermediazione è ancora potentissimo. Insomma, quello della socializzazione democratica del potere comunicativo attraverso la tecnologia è nulla più di un mito accuratamente coltivato da chi attraverso una selezione dell’agenda pubblica – dove il silenzio su ciò che non si dice conta più di quello che si dice – riproduce un’egemonia ferrea sulle masse. Al facile ottimismo che in varie forme si è manifestato nelle affermazioni dei teorici della democrazia elettronica, si oppone una fitta schiera di critici le cui argomentazioni non sono prive di rilievo. Infatti la democrazia telematica, facendo a meno degli istituti della mediazione e della rappresentanza politica, potrebbe dare luogo ad un rapporto diretto tra governante e governato. La partecipazione popolare si ridurrebbe così ad una sorta di sondaggio elettronico. In parte lo è già oggi. Se poi si pensa alla grande influenza che mezzi di comunicazione hanno nella determinazione della opinione pubblica, ci rendiamo conto che la destabilizzazione dell'equilibrio tra forme e istituzioni della politica può far emergere la parte dormiente della stessa democrazia, indirizzandola verso forme pericolose di "tecno-populismo". Dalla democrazia diretta si passerebbe alla democrazia plebiscitaria, che è l'anticamera della tirannide. A volte, si possono avere idee così sbagliate che solo una persona molto intelligente può ritenerle valide.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

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La Calabria, come è noto ed almeno secondo i dati storici, è una delle regioni italiane dove si sono verificati i terremoti di magnitudo maggiore.

 

E proprio per questo è indicata tra le regioni ancora oggi a maggior rischio tellurico.

Dopo quelli del 1905 e del 1908( nella foto) in occasione dei quali, per gli edifici rimasti in piedi si inventarono le catene antisismiche( foto in basso), ma non il rispetto delle norme antisimiche

La approssimazione fu la regola, sia per la localizzazione del patrimonio abitativo, sia per le distanze tra i fabbricati, sia per la qualità dei materiali, sia per le tecniche costruttive.

Ora dopo i terremoti di Amatrice e seguenti leggiamo che oltre il 94 % delle scuole calabresi sono senza certificazione di agibilità.

 

Questo non significa che non ce l’abbiano, ma solo che si possono mettere in uso senza tale attestazione.

Facendo riferimento ai dati nazionali del Miur (Anagrafe edilizia scolastica, 2015), emerge che la certificazione di agibilità e' assente in oltre il 94% delle scuole calabresi e in circa la metà degli istituti di Lazio, Sicilia, Sardegna e Campania.

 

Esaminando le province coinvolte di recente da terremoti (Rieti, Ascoli Piceno, Fermo, l'Aquila, Teramo e Perugia) risulta che tale certificazione e' presente solo nell'8% delle scuole di Rieti e provincia, nel 23% circa di quelle di L'Aquila e Teramo.

Sui Piani di emergenza, i dati ufficiali risultano molto disomogenei a livello regionale: bene Veneto (dove le scuole che hanno il Piano sono più' del 90%), Basilicata, FVG, Lazio, Lombardia, Marche, Piemonte, Sicilia (tutte oltre l'80%).

Male l'Abruzzo, dove soltanto il 27% ha redatto il Piano. In Calabria l'informazione risulta addirittura assente.

Fra le province colpite di recente dai terremoti, male l'Aquila (ne e' privo l'80% delle scuole) e Teramo (72%).

fotoQualcuno in maniera superficiale deumanizza le persone di cui parla, le rende un numero.

A nessuno interessa guardare una persona negli occhi e vedere quanta sofferenza esprimano.

Questo potrebbe essere definito un articolo contro l’indignazione. Ma come, replicheranno gli indignati, con tutto quel che accade per cui è sacrosanto indignarsi, stai a vedere che ora il problema è l’indignazione!

Con gli scandali che germogliano a cadenza settimanale; la corruzione, le inefficienze, i disservizi, gli esempi d’inciviltà che affliggono i cittadini di Amantea ogni giorno – come sarebbe possibile non indignarsi?

E poi l’indignazione serve a cambiare, se si pensa che dall’altro lato c’è soltanto la rassegnazione. Dunque è meglio essere indignati che rassegnati.

A me sembra che il punto, però, sia un altro.

Ed è concreto, storico, non astratto: il problema non è l’indignazione in generale, ma l’indignazione che è venuta montando in questa cittadina tirrenica negli ultimi anni.

Un’indignazione che da qualsiasi punto di vista la si osservi non rappresenta più una soluzione.

 

Negli ultimi tempi tutta la Giunta di potere è diventata una vera e propria protagonista mediatica. Il tema è sempre lo stesso, quello dello “sdegno” da parte dei signori del Municipio, che, attraverso Sparaballe, ne diffonde la novella per le strade novembrine di Amantea.

Queste poche righe non vogliono essere di natura “strettamente” politica, ma esprimere una grande preoccupazione. Viviamo in un’epoca in cui la notizia deve viaggiare veloce, arrivare al cittadino senza preamboli o giri di parole. Sembra ormai che non abbiano nessuna importanza i perché, o l’importanza delle fonti, ma solo il carico emotivo.

 

C’è però un anello mancante tra l’indignazione e la partecipazione attiva a bloccare tutte le malefatte di una Amministrazione come quella Amanteana , su questo c’è poco da discutere.

L’anello è l’esercizio di indignazione a distanza, per così dire, che impigrisce, anche se è vero che c’è poco rinnovamento nei partecipanti alle manifestazioni: chi non partecipa si è abituato a riconoscere slogan e manifesti già visti altrove, anzi a tutte le manifestazioni di qualunque genere esse siano.

A tutto questo disfacimento partecipano a pieno titolo i media locali con quello di creare, si, proprio di creare un nemico esterno. Si osservi bene, per esempio, Salvini della Lega, una persona che cavalca l’onda dell’indignazione e della rabbia di un paese in ginocchio, indirizzandola verso delle minoranze a vantaggio del proprio partito.

Ritornando in casa nostra; a tutto questo aggiungerei che i “leaders” stessi dell’opposizione sembrano avere scarsa conoscenza del sistema che vogliono “abbattere” e precipitano in luoghi comuni di ingenuità imbarazzante. L'indignazione è lo sport nazionale italiano ergo degli Amanteani. I campionati, a cui partecipano i due terzi della popolazione, vengono trasmessi in diretta tv ogni giorno, nei telegiornali e nei salotti televisivi dei principali network nazionali.

E’ dovuta spesso a cause di interesse comune, come ad esempio microcriminalità, tasse troppo alte, servizi pubblici inefficienti. La caratteristica di queste crisi di “collera” è che la reazione è eccessiva e inappropriata rispetto all’ episodio (solitamente banale. Pensiero benpensante) che l’ha scatenata.

La rabbia viene espressa in modo esplosivo, non mediato dalla ragione e non di rado viene agita con comportamenti che mirano, senza volerlo, all’autodistruzione.

Malgrado le apparenze, le esplosioni di rabbia ripetute rivelano una profonda sofferenza interiore. In molti casi le persone che si indignano troppo, a causa della loro storia personale, sono particolarmente sensibili alle esperienze di perdita, rifiuto e abbandono. Una indignazione collettiva sacrosanta si trasforma in disagio personale. Per questa ragione ogni minimo segnale di rifiuto o di disinteresse da parte di una persona significativa è in grado di innescare una sensazione di disperazione che si esprime con rabbia e accuse. Nulla di più. L’indignazione si vende oggi nelle strade e sui social in rete benissimo, meglio di quasi tutto il resto, forse meglio anche di Madonna che annuncia sesso orale per tutti se vince Hilary Clinton.

 

Motivi per indignarsi, figuriamoci, questa nostra cittadina ne ha da vendere. Ed è vero pure che a certe condizioni l’indignazione serve a qualcosa. Il punto, però, è un altro.

Il problema non è l’indignazione vaga, generale, ma l’indignazione che è venuta montando ultimamente ed è quell’indignazione che, malgrado all’inizio sia stata generata da fatti concreti (la nauseante gestione della cosa pubblica), poi li ha trascesi, e s’è trasformata in una sorta di condizione dello “spirito”: uno stato d’animo autosufficiente e lievitante, pervasivo e stabile; che non ha più bisogno della realtà per sostenersi ma, al contrario, determina il modo in cui la realtà viene letta; e che in breve tempo si dilaterà a dismisura e inghiottirà qualsiasi avvenimento, cosa o persona.

Che inghiottirà, alla fine, l’intero Paese, Regione e Nazione.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

Pubblicato in Italia

La foto mostra l’ epicentro del forte terremoto avvenuto pochi minuti fa.

 

Per fortuna è avvenuto come tanti altri ad una notevole profondità ben 474 km.

 

E sempre per fortuna l’ epicentro è nel centro del mar Tirreno lontano dal Marsili il grande vulcano sottomarino che fronteggia la Calabria.

Ma il Marsili non c’entra nulla; non si è svegliato. Per fortuna.

Si tratta invece della faglia africana che si inflette sotto la Calabria.

Lungo la faglia si verificano generalmente eventi tellurici compresi tra i 100 e i 500 chilometri che non si verificano in altre zone d’Italia.

 

Maggiore è la profondità meno si avverte la scossa tellurica.

In alcuni casi questi terremoti hanno magnitudo anche rilevante.

Negli ultimi 5 anni ce ne sono stati due di magnitudo superiore a 5, e in passato, precisamente nel 1938, ce n’è stato uno addirittura di magnitudo 7,1, uno dei più forti registrati nell’area italiana.

Come noto secondo la teoria della tettonica a placche la litosfera si muove e si deforma.

In particolare quando due placche litosferiche si avvicinano, una delle due, la placca litosferica oceanica, si flette e va a finire sotto l’altra, formando una zona di subduzione, determinando terremoti superficiali e profondi.

Ed è il nostro caso.

 

Nel caso specifico del Tirreno, la placca ionica si inflette sotto la Calabria e scende verso nord-ovest, al di sotto del bacino tirrenico.

L’antico oceano della Tetide quindi, (il Mar Ionio) si inflette sotto la Calabria e sprofonda sotto il Mar Tirreno dando luogo a un’attività sismica particolarmente profonda. La subduzione non è evidenziata solo dai terremoti profondi, ma anche da un’area che rappresenta un’anomalia di velocità.

Come sappiamo la Calabria si muove in direzione opposta all’Africa di 3,5 mm annui, quindi al di sotto della regione c’è una vera zona di subduzione che un tempo era più grande e correva lungo tutta la catena appenninica.

Oggi, a causa di rispettivi strappi nella litosfera, la subduzione è limitata a 200 chilometri sotto la Calabria, ed è proprio sotto questa ristretta zona che si verificano i terremoti profondi che osserviamo generalmente al largo del Mar Tirreno.

Nessuna paura.

larattaIn Calabria, nell'ultimo anno, l'informazione regionale ha assunto una veste nuova ed un taglio nettamente diverso con la guida di Alfonso Samengo, ora destinato ad un ruolo importante in Rai parlamento.
L'ultima sua 'creatura', la rubrica settimanale "Agricoltura 2.0", dimostra come si possa fare un'informazione positiva, valorizzando le migliori e più moderne aziende agricole della nostra terra.
Ma hanno avuto un'eco importante le inchieste sull'ambiente: dal canalone dei veleni di San Ferdinando che la Testata giornalistica regionale ha  denunciato per prima, agli scarichi abusivi nel reggino e a tutta la questione dell'emergenza ambientale in Calabria.  
Problemi reali, concreti, molto sentiti come la sanità negata, con l'assalto quotidiano alle strutture di pronto soccorso. E l'annosa questione delle strade incomplete con le inchieste e i servizi sulla statale 106, la trasversale delle Serre, la 18 tra  Campora e Falerna. E poi il mare inquinato.
Un taglio forte dell'informazione regionale pubblica, la voce della gente, la denuncia, la protesta, la proposta. 
Samengo ha spinto sui tasti più vicini e sentiti dai cittadini, dando così un taglio netto alle stanche liturgie e alla consuete accondiscendenza alle quali, negli anni, Rai regione ci aveva in qualche modo abituato.

Pubblicato in Calabria

InvenzioniinCalabriaLa meravigliosa terra di Calabria è una terra difficile, complicata.

 

Pochissime le pianure, moltissime, invece, le zone collinari, sulle quale crescono, in particolare, olivi, e frutteti.

Ed insieme, vigneti dai quali si ricavano ottimi vini, forti e profumati, figli del sole e delle brezze.
Ma l’uva è difficile da cogliere e da trasportare.

Uno od al massimo due panieri per portare l’uva fino alla stradetta più vicina e poi alla cantina.
Od al più la cesta sorretta abilmente sulla testa da una corona di stoffa.
Ed allora ecco la fantasia di un giovane calabrese che smonta un ciclomotore, ne prende il motore, lo lega ad una struttura capace di percorrere sia i piccoli tratturi collinari , sia le strade bitumate.
Il filmato successivo ne mostra le caratteristiche.
Sulle cassette poi si può portare di tutto.

 

La frutta, le olive, l’uva.
Il segno della fantasia dei giovani calabresi che amano la propria terra e non la vogliono abbandonare, che amano i prodotti che essa produce e non vogliono farne a ameno, che amano le tradizioni regionali e vogliono conservarle.

E così si ingegnano ed inventano quanto necessario per conservare i più naturali possibile il territorio, i prodotti, le tecniche di lavorazione e conservazione, ma anche per ridurre la immane fatica che la Calabria impone.

 

Una macchina vera e propria, con tanto di acceleratore e di freno, dai bassi consumi, dalla grande maneggevolezza, che trasporta prodotti e là dove possibile anche il conducente.
Al giovane abbiamo anticipato anche i vostri complimenti, certi come siamo che la sua fantasia abbia colpito anche voi.

 

IL VIDEO:

Pubblicato in Belmonte Calabro

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Una stagione ricca di emozioni per i Notte Battente quella che si è appena conclusa. Ma le emozioni per il gruppo di musica etnico-popolare di Soveria Mannelli non finiscono qui.

È in corso in questi giorni, infatti, il concorso per partecipare al prestigioso “Premio Mia Martini Etnosong 2016”, che si terrà a Bagnara calabra, voluto dall’instancabile patron Nino Romeo, per ricordare l’indimenticabile Mia Martini, grande donna e grande interprete della canzone italiana.

La canzone con cui il gruppo sta partecipando alla gara è "Pietro Bianco brigante", chiaramente dedicata al noto brigante, nato a Bianchi, un paese limitrofo, nel 1839. Fu decapitato a soli 34 anni per essersi macchiato di ben 107 reati contro la proprietà e 102 contro la persona. Prima di darsi alla macchia e diventare brigante si era arruolato nei Mille di Garibaldi, ma avvenuta l’Unità d’Italia, deluso e amareggiato, si ribellò alle leggi e al ceto dominante, spargendo sangue e morte. Fu scovato in una grotta in località Colla, una delle frazioni di Soveria Mannelli.

Intorno alla sua persona ruotano numerose leggende di tesori nascosti in luoghi misteriosi, che fanno di lui una sorta di “Robin Hood” calabrese pronto a difendere i poveri dai soprusi dei ricchi.

Notte Battente nasce nel 2013 dall’incontro di alcuni musicisti che, un pò per gioco, decidono di unirsi allo scopo di condividere una passione comune, quella per la musica etnico-popolare.

“COLORI VOCI E SUONI DELLA CALABRIA…” sono le parole con cui ai Notte Battente piace dare inizio alle loro serate, esprimendo da subito ciò che la loro musica si propone come obiettivo, ovvero quello di farci assaporare la nostra Calabria, ma più in generale il nostro Sud, trascinando il pubblico in un ballo al chiarore di luna, per riscoprire quelle che sono le origini e le tradizioni, attraverso la musica, e facendo sì che, con le loro note ed i loro balli, si possa vivere una vera e propria notte battente, come indica il nome del gruppo.

La scelta del nome vuole creare un’immagine di contrasto tra la calma della notte, che sta ad indicare il senso di pace che solo la musica può regalare, ed i suoni battenti e vivaci della sana tradizione mediterranea, quella delle origini, a cui nessuno sa resistere, perché colpisce il cuore facendo ballare l’anima.

La passione, la voglia di far da ponte tra passato e futuro, in un presente che non rinnega le tradizioni ma le fa sue e ne è promotore per le future generazioni, è ciò che distingue i componenti del gruppo e dell’Associazione, tutti calabresi, originari di Soveria Mannelli: Angela Bianco (alla voce, castagnette e danze), Salvatore Velino (alla voce, chitarra acustica ed armonica a bocca), Massimo Chiodo (alla voce, fisarmonica, lira e chitarra battente), Vincenzo Perri (al Basso), Benito Totino (al basso), Franco Spezzano (alla batteria), Gianfranco Bianco (al tamburello, tamburi e percussioni), Danilo Perrone (alla chitarra solista), Romina Campolongo (alle danze), Antonio Abbruzzese (responsabile di segreteria).

Grande entusiasmo per questa nuova avventura per il gruppo Notte Battente, che di recente costituitosi in Associazione Culturale, in collaborazione con la Pro Loco di Soveria Mannelli si è sempre posto l'obiettivo di valorizzare il territorio attraverso iniziative di carattere musicale, culturale e sociale, al fine di promuovere la diffusione e l'approfondimento della tradizione e della musica popolare calabrese e del Sud Italia in generale, ma in particolare della città di Soveria Mannelli.

Sosteniamo quindi la nostra cultura e tradizione!

Pubblicato in Alto Tirreno

Ecco cosa è successo oggi 22 settembre ad Amantea.

Un anziano di Cetraro ha bisogno di una radiografia urgente ed il CUP lo invia al poliambulatorio di Amantea che ha ripreso le prestazioni già rese in passato sia per la popolazione dell’ex distretto, sia per gli ammalati della provincia e della regione e che erano state ridotte ad un quarto per carenza di medici.

 

L’anziano ammalato arriva ad Amantea con un’auto ma ad Amantea trova una brutta sorpresa.

Il laboratorio di radiologia è funzionante, ha recuperato i ritmi intensi ma non può nemmeno volendo effettuare la radiografia urgente richieste e prenotata.

 

Il fatto è che manca il radiologo che è stato prestato a Paola.

L’anziano ammalato resta perplesso , non comprende.

Ma come mi prenotano per Amantea, il laboratorio è aperto, le apparecchiature funzionano, il personale è disponibile , ma la prestazione pur prenotata non può essere eseguita perché manca il radiologo.

 

Ma in che razza di mondo vivo sembra chiedersi il medico, che razza di sanità è questa.

Perché non assumono altri radiologi?

Deluso riparte per Cetraro per tentare di effettuare presso il locale ospedale la radiografia.

Invece l’anziano ritorna a casa ma non si reca in ospedale.

 

Tornato a casa però si accorge di non avere più il portafoglio.

E così il figlio telefona e per fortuna il portafoglio era stato dimenticato nel bar dove poi lo ha trovato .

Insomma un poliambulatorio con gente onesta, ma con una gestione effimera.

Da ora in poi è vietato ammalarsi agli anziani calabresi.

Pubblicato in Primo Piano
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