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gigii

Credo che legittimamente ci si possa chiedere se la rivoluzione marxista sia inevitabile o meno. I requisiti di una sfera altamente efficiente e automatizzata di produzione è raggiungibile, come è dimostrato dal rapido avanzamento della robotica e l'automazione del computer nella produzione industriale. Allo stesso modo, non abbiamo bisogno di spremere la nostra immaginazione per dire che in realtà abbiamo la conoscenza e l’abilità tecnologica per poter produrre alimenti tali da nutrire tutti gli abitanti del pianeta. Si può inoltre chiedere, come fece il filosofo Herbert Marcuse, nel suo “L’uomo a una dimensione”, se questi risultati ci porteranno più vicini alla liberazione o ci spingeranno pesantemente sotto l'influenza di coloro che controllano l’uso della nuova tecnologia. La risposta a questa domanda dipenderà dal fatto se la tecnologia potrà rendere il raggiungimento della coscienza di classe impossibile per i lavoratori. Per Marx, anche se sono state raggiunte le condizioni economiche e produttive per la liberazione, nessuna vera rivoluzione è possibile senza il proletariato, che rappresenta la maggioranza dell'umanità, raggiungendo una coscienza di sé come classe. “ Tutte le liberazioni dipendono dalla coscienza collettiva di servitù”, come scrive Marcuse. In passato il Capitalismo ha sempre risposto a crisi come la sovrapproduzione in vari modi: distruggere i mezzi di produzione, conquistare nuovi mercati, o in modo più efficiente, sfruttando i mercati già esistenti. Marx riteneva che questo avrebbe creato un semplice stallo all’inevitabile e che le crisi future sarebbero state molto più severe e difficile da superare per il capitalismo che ha trasformato la natura nel corso degli anni, cosi come ha trasformato il lavoro e le classi sociali. Il capitale, nella sua fase avanzata di sviluppo storico, ha interferito, si è appropriato, ha manipolato, ha insozzato l'ambiente naturale della terra a tal punto che è sempre più difficile trovare un solo aspetto, una sola parte che non sia stata modificata in un modo o nell'altro. Questo cambiamento, questa depredazione della natura da parte del capitale, ad oggi, ha provocato una tale catastrofe agli ecosistemi naturali del mondo, che si sono evoluti in modo interconnesso, altamente complesso e insufficiente che la questione della sostenibilità stessa dei processi economici, in relazione con l'ambiente naturale, è diventata unapreoccupazione sempre più importante per la stessa classe di potere. Le nuove tecnologie e la conoscenza scientifica alla base del suo sviluppo, l'idea della conquista potenziale o della dominazione della natura da parte dell'umanità, ha visto l’alba, non solo come sogno. Senza entrare nei dettagli e nelle date, sappiamo che un certo numero di invenzioni tecniche nel periodo di ascesa della borghesia in seno alla società feudale diedero, a coloro che le dominavano, un enorme potere socio-economico e produttivo rispetto a quello che esisteva prima. Il crescente dominio sulla natura dell'economia ha portato ad un crescente dominio sul resto della società, e in ultima analisi, alla supremazia politica. Una tecnologia specificamente capitalista, quindi, è una tecnologia che è specifica del modo di produzione capitalistico propriamente detto, in cui prevale il dominio reale del capitale. Ma allora, cosa è la tecnologia, se può assumere forme diverse nella storia, in contrasto con una tecnologia che crescerebbe continuamente, in modo progressivo? Nel momento in cui una nuova tecnologia rotola, se non si è a bordo del rullo compressore, si è parte della strada. La necessità deriva dal cambiamento climatico, potenzialmente disastroso per la civiltà. Se il mondo starà bene, la vita andrà bene. Probabilmente perderemo grandi quantità di specie, e le foreste pluviali scompariranno se il clima continua a surriscaldarsi. Quindi è un problema globale, un fenomeno globale. Non succederà in un'unica zona del mondo. La prospettiva planetaria ora non è solo estetica. Non è solo la prospettiva. In realtà è un problema di dimensioni mondiali e richiederà soluzioni globali che coinvolgeranno forme di governo ancora inesistenti. Si tratterà di tecnologie che noi semplici cittadini possiamo solo intravvedere: i PC, I Pad, il Web e quant’altro. Anche alcuni ecologisti hanno cominciato a coniare parole come ingegneria eco sistemica. In natura i castori già lo fanno, come pure i lombrichi. Nel 1968 Stewart Brand, un hippie a dir poco geniale, rivoluzionò l’ informazione con una pubblicazione "Whole Earth Catalog", senza pubblicità e a basso costo. All’interno del catalogo furono raccolti ed elencati i migliori attrezzi e libri che si potevano trovare al mondo con immagini, analisi ed usi, prezzi e fornitori. Il lettore inoltre poteva ordinare alcuni articoli direttamente per posta attraverso il catalogo. In quell'anno vendette mille copie a cinque dollari ciascuna. In ogni edizione del catalogo si esaminavano centinaia di prodotti. Le idee di Brand anticiparono molte delle istanze che sarebbero diventate di attualità con l’avvento di Internet. Di questo mezzo infatti, e di molte spinte innovative di cui il Web si fece portavoce, Brand fu un autentico precursore. Brand ha sempre creduto nell’importanza della disponibilità delle informazioni, come lo strumento necessario ad abbattere il sistema dello sfruttamento dell’uomo su l’uomo e alla conquista della libertà. Per tale motivo il patrimonio del sapere e della conoscenza deve essere condiviso dal numero più ampio possibile di persone. Solo attraverso una conoscenza veramente accessibile ed aperta a tutti sarà possibile avanzare sulla strada dell’emancipazione sociale, politica e culturale.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

Pubblicato in Calabria

islQuesto è il punto in cui la persona potrebbe scoprire che amare non è sempre uno stato permanente di essere, ma è temporaneo e fugace come un millennio agli occhi dell'universo. Un sentimento complesso di attaccamento e di ossessione.

Libri come "On the Road" di Jack Kerouac hanno anche un diverso tipo di influenza. Essi possono, se pensiamo a loro come grande letteratura , penetrare nel sangue. Forniscono contenuti che forse varrebbe la pena sperimentare. Guiderò di notte, in modo che il viaggio non subisca alterazioni di giorno. Mi fermerò a fare il pieno di benzina, bere del decaffeinato macchiato. Il viaggio in mezzo alle Montagne Rocciose sarà estremamente duro ma affascinate. Vorrei starmene nei piazzali delle stazioni di servizio al buio a guardare le stelle nel cielo freddo, chiaro, con il ruggito del puma e il vento tra i capelli. Volendo immaginare d’essere un personaggio appartenente al romanzo di Kerouac. Ho perso un bel po' di amici, fra tutti coloro che mi conoscevano, da qualche parte in America, sulla strada. Poi risalirò in macchina, e, curvo sul volante, mentre i camion si avventeranno alle mie spalle, e la radio scoppietterà il suono andando dentro e fuori, con oldies degli anni sessanta, alzerò la testa.. Poi inizierò la lunga discesa verso le luci di Vancouver, a tarda notte, tardi nella mia vita, da solo. “The Road "non consiglia di attraversare questo territorio in solitario. “On the Road” è una performance di parole che trattano una delle emozioni più difficili da esprimere, la vulnerabilità maschile. Non è troppo difficile immaginare un Sinatra che schiocca le dita tranquillamente con l'accompagnamento musicale. I battiti del cuore saranno il metronomo dei miei sentimenti esplicitando quindi la loro scansione ritmica. Si inizierà con una scintilla.

 

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

Pubblicato in Mondo

fantasma

Quando ti leggo e vedo che sei a questo punto, mi piglia l’ansia: si potrebbe essere, a naso, ad un passo dal melodramma. Invece, è una storia che ha scritto tragedia da tutte le parti. Mi verrebbe da gridarti: “Via, allontanati. Pensa a te stessa e lascia perdere!” Guai ad essere gentile con uomini così! Sono una jattura! Sii ancora una volta intelligente, o almeno furba, e lascialo a cucinare nel suo brodo. Ma come, dico io, benedetta e scodinzolante Signora, hai tutto. Ma tutto tutto, proprio tutto quello che una donna, se ha un briciolo di sale in zucca, può desiderare. Sei abbastanza bella. Non come una velinetta da strapazzo, di quelle che sono pezzi di carne buttati lì, con le poppe al vento ed una espressione stolida sulla faccia che nessun chirurgo estetico può cancellare. No, bella, seducente volendo, perché hai una certa età, ma sei ancora giovane e piacente, e si presume con negli occhi quella luce di intelligenza mista a consapevolezza che hanno le donne con una testa sulle spalle e un passato fastidioso nel cuore. Sai essere abbastanza seducente, insomma, perché non è solo una questione di avere una certa misura di décolleté, la bellezza, o una certa età anagrafica, o una ruga in più o in meno: la vera bellezza è questione di fascino. E tu, lasciatelo dire, ne hai a secchi e panieri. Crei una quasi città. Nel mondo antico le donne non creavano città. Neppure se cerchiamo nel mito. Le donne, ben che andasse, accompagnavano i veri creatori- fondatori. Anzi, nella prassi comune, al massimo al massimo si facevano rapire dai medesimi, dopo che avevano creato e fondato. Tu no: sbarchi, ti guardi in giro con l’occhio clinico che oggi le principesse usano, nel migliore dei casi, per scegliere il luogo dove edificare la casa per le vacanze, e dici, con il medesimo tono: voglio quel posto lì. Il boss di quel posto lì ride, anzi ghigna: lui in quel posto lì non ci ha mai visto altro che una palude nei pressi del mare, con una baia tonda, mezza chiusa dai detriti: a che mai può servire? Ma tu t’incaponisci: no, no, proprio quello. Lui ti guarda, sempre ghignando, perché ha deciso che è un capriccio da donnetta, una mattana, del resto che ne possono sapere le donne di come si crea, andiamo. Così sorridendo, fa un cenno di capo condiscendente, e ti propone ciò che sempre si propone ad una donna: “Bene, lo vuoi? Allora mi sposi e diventi mia proprietà e quel posto lì te lo do come regalo di nozze.” Non solo è una donna, ma è anche ben scema, pensa il boss locale, e qui il ghigno si spande tanto sulla faccia che, se non gli mettevano le orecchie a fermarlo, il sorriso gli spaccava la testa in due. Tu sorridi di rimando, e, con l’andamento alla Grace Kelly, stipulato il patto cominci a tagliare la pelle a striscioline, ma così sottili, così sottili, che, alla fine, a stenderle per terra rischi di impossessarti di tutto il promontorio che t’interessa, e il porto, e anche un po’ di campi attorno, mentre al reuccio locale il sorriso di sufficienza si è trasformato in rictus tetanico che è uno stiramento spastico della cavità orale che lascia scoperti i denti e le gengive. Perché farsi fregare è già duro, ma da una donna, e abbastanza bella, è uno smacco che i suoi amichetti non gli perdoneranno mai. In quel mentre, arriva il principe quasi azzurro che ti porterà via sul suo muletto, mentre le damigelle di corte spettegolando vanno…

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

Pubblicato in Calabria

fognaCiò che vedete è il risultato della TAC del “colon- retto” della città di Amantea, alla fine di una delle strade che portano al mare, la famigerata Via Garibaldi.

 

Lì da quell’enorme buco che attraversa la ferrovia, fuoriesce un vero e proprio fiume di escrementi.

 

Basta farsi una passeggiata sul lungomare nord e un tantino oltre per scoprire il meraviglioso spettacolo di merda che gioiosa si lascia trasportare dalle dense urine per poi tuffarsi nel mare di Ulisse. Un paio di giorni fa, il corposo fiume era proprio lì, alla luce del sole. Amantea e la Giunta comunale non sembra essere scossa più di tanto nel veder partire i clienti dagli alberghi cittadini.

 

I fondali di questo mitico Mare si ritrovano invasi da un immenso strato di merda, putrescente, che interessa la fascia costiera (circa 12 km) di pertinenza dell’Amministrazione comunale.

Oggi è il 3 agosto 2016 e come tutte le passate estati l'Omerico mare, che bagna Amantea, affoga nelle feci che una ingrata cittadina le somministra ormai da oltre 50 anni.

Questo Mare Nostrum risorsa per i residenti, per i quali sarebbe assurdo andarsene in vacanza in altre località marine, lo è anche per una città, come la nostra, che vuol fare del turismo il settore trainante delle propria economia.

La cittadinanza e gli addetti al settore commerciale, artigianale, alberghiero e balneare dovrebbero indignarsi e ribellarsi.

Un’azione che dovrebbe essere finalizzata nel mandare a casa un’“Amministrazione” indegna e inetta, preoccupata solo di presenziare a qualche stupido evento. Chiaramente vanno ritenuti equamente responsabili tutti gli organi di Stato deputati al controllo del territorio.

In modo duro e risoluto, i cittadini dovrebbero ribellarsi a questa “classe dirigente” che continua a mandare in giro “Sparaballe” a divulgare il verbo del tutto OK!

 

Ciò che segue è quanto venne divulgato dallo stesso portavoce l’anno scorso di questi tempi, oggetto: spazzatura e fogne spruzzanti: “ Si tratta di stupide leggende metropolitane. Non si può parlare per sentito dire. Non possiamo più tollerare interventi di un folle che parla di cose che non sa.

Abbiamo tanti di quei problemi reali in questo nostro amato paese che non dobbiamo inventarcene di falsi”. Fare l’usignolo (Sparaballe) dell’imperatore (Amministratore) è un inferno, un abisso d’iniquità, di menzogne, di tradimenti, che non si può scavalcare e dal quale non si può uscire puri a meno di essere protetti, “come Dante, dal divino alloro di Virgilio”.

 

Così parlava a metà del XIX secolo, Honoré de Balzac nelle sue Illusioni perdute.

Chiaramente, sia la Giunta capeggiata dal Sindaco, il loro portavoce Sparaballe e le altre autorità competenti non daranno nessuna rilevanza a quello che è successo un paio di giorni fa e si guarderanno bene dall’ annusare e respirare profondamente, senza mascherina protettiva, ciò che succede alla fine di Via Garibaldi, alle persone che frequentano la spiaggia e il lungomare e ai cittadini che vivono in questa da sempre maledetta strada. Senza alcun dubbio per gli Amanteani ciò che succede al Paese è inevitabile e naturale. Sembrerebbe che Amantea è una di quelle città che di “cambiare” proprio non vuole saperne. Io stesso l’ho scritto spesso con rabbia. Ma ora mi assale il dubbio che possa trattarsi di saggezza e non stoltezza. La saggezza coincidente con l’intuizione di un certo nascosto valore del “non cambiare”. Valore che impedisce di volere, ma soprattutto di potere, cambiare.
Gigino A Pellegrini & G el Tarik


articoloQuando Dioniso scoprì il vino e i suoi effetti, decise di socializzare globalmente questa sua creazione e con il suo corteo di ninfe, satiri e baccanti, intraprese un lungo viaggio intorno al mondo. Andò prima in Egitto, poi in Siria; attraversò l'Asia, si spinse fino in India; nel viaggio di ritorno passò per la Frigia, la Tracia, in Beozia, in Argolide, nell'isola di Chio e finalmente nell'isola di Nasso, la più grande delle Cicladi. Quando giunse in Tracia il frastuono del suo culto con balli, canti e suoni di tamburi, arrivò alle orecchie di uno dei potenti: il re Licurgo; dubitando che si trattasse del rito dionisiaco si recò sul posto e nascondendosi vide le Menadi e i Satiri agitarsi sfrenatamente, li circondò e diede ordine di colpire tutti con una nuvola di frecce. Solo Dioniso riuscì a scamparla gettandosi in mare, dove Teti, la primordiale Dea dell’acqua e madre di Achille, lo accolse amichevolmente. La reazione non si fece aspettare; Licurgo impazzì e siccome per sfogare la sua rabbia stroncava tutte le viti che incontrava con un colpo di scure ammazzò il suo stesso figlio, scambiandolo per un ceppo. Tanta era la forza che la scure ricadde sui suoi piedi e lo ferì, alle sue urla di dolore le catene che tenevano legati i seguaci di Dioniso, che erano sfuggiti alla morte, si liberarono e tutti decisero che era giunto il momento di ribellarsi al re tiranno. Catturarono Licurgo e lo fecero a pezzi. Forse bisognerebbe rivolgersi ancora una volta alla stessa Dea, che dopo aver partorito Achille e non potendolo rendere totalmente immortale, tornò a vivere sul fondo del Mediterraneo.
Se in passato alcune scoperte scientifiche sono state fonte di progressiva emancipazione e di sviluppo, questa epoca sembra essere segnata da un nuovo passaggio storico con possibili sviluppi scellerati per gran parte dell’umanità. E questo deriverebbe dalla trasmissione alla memorizzazione e al recupero dell'informazione tramite i processi informatici e telematici. Si sono superate le invalicabili categorie dello spazio e del tempo. Questa nostra era sembra essere la naturale conseguenza di ciò che i potenti della Terra diedero vita a Hiroshima. L’uomo per la prima volta nella sua storia scoprì di essere in grado di autoeliminarsi. Di estinguersi. Oggi i predicatori divulgano la nuova novella sul come una persona qualsiasi potrebbe entrare in contatto con le informazioni che nel mondo si producono ed insieme potrebbe confrontarle fra di loro e con quelle del passato. Ciò che doveva essere una autentica rivoluzione in grado di trasformare radicalmente e su scala planetaria il panorama sociale, culturale e politico, si sta, ahimè, trasformando in un probabile genocidio. Il potere ha scoperto che l’uomo qualunque, dopotutto, non è per nulla indispensabile. L'informazione è diventata, per i pochi “condottieri”, la nuova ricchezza, il nuovo mercato, il nuovo potere, il nuovo sviluppo. A sua volta genererà nuove povertà, non dovute alla mancanza di beni materiali, ma all'esclusione dai circuiti informativi degli altri essere umani. Qualcuno si era illuso nel vedere in questo mutamento socioculturale, chiamato post-industrialismo, l'inizio di una società nella quale l'uomo, emancipato dalla natura, avrebbe finalmente potuto fare scelte in piena autonomia, proprio per un potere distribuito capillarmente e per il suo esercizio possibile a tutti. La libertà è sempre stato un concetto semplice e potente: discuterne è invece sempre complicato. Il digitale non è di per sé una macchina della schiavitù, ma di certo le persone si possono lasciare schiavizzare dal digitale. Le forme di dipendenza indotta sono infinite. La rivoluzione delle comunicazioni prodotta dall'esplodere delle reti telematiche di cui Internet, la Rete, è la materializzazione più visibile, ha effetti molteplici che coinvolgono potenzialmente tutte le sfere dell'attività e dell'organizzazione umana. Altri, e fra questi chi scrive, parlano sempre più spesso di nuova schiavitù come conseguenza di una "tecnologia centrale" nelle mani di pochi. Dal punto di vista sociale è da osservare che il sistema informatico telematico è per sua natura centralizzato, anche se i suoi servizi sono regolamentati e di massima estensione. Molti autori, recentemente, hanno cominciato a denunciare il pericolo del cosiddetto "totalitarismo elettronico" attraverso il quale le persone verranno controllate tramite una sempre meno ipotetica torre centrale di controllo secondo l'affermazione "sempre visti, senza mai vedere".

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

eccLa creazione di un database globale ottenuto schedando l’intera popolazione mondiale, ovvero, il desiderio di controllare abitudini, spostamenti e di influenzare emotività e capacità di scelta degli individui, è l’obiettivo da sempre auspicato da chi ha fatto del potere la propria ossessione. Fin dal momento in cui è stato concepito il piano era ben chiaro, sia pure con la consapevolezza che si sarebbe realizzato lentamente e solo una volta giunti all’adeguato livello tecnologico. Le sperimentazioni si protraggono ormai da diversi anni e oggi i tempi sono finalmente maturi per compiere i passi decisivi. A rendere più reale e più a rischio ciò che resta del sistema liberal democratico in questo paese e nel resto dei paesi europei, che continuano a ripetere come un mantra la pretesa di essere i migliori portatori di valori democratici del mondo, ci sono, ancora una volta i quotidiani di regime, a volte in nome della governance, altre in nome della sicurezza. Ma alla fine il risultato è sempre lo stesso che i “liberali” hanno sistematicamente prodotto nella storia, inclusa quella italiana: un regime autoritario. I governanti devono controllare tutto per paura di non controllare nulla in breve tempo. Il loro principale dilemma è come gestire le aspirazioni politiche che sorgono in risposta alla veloce crescita. Non molto tempo fa, le crescenti aspirazioni di libertà di espressione potevano essere schiacciate con la forza. Sotto il nuovo autoritarismo, deve essere concesso un certo grado di libertà privata, condizione prima del progresso capitalista stesso. Nella storia millenaria dell'uomo ci sono stati un susseguirsi di cambiamenti che hanno portato ad evoluzioni tecnologiche, rivoluzionando di epoca in epoca la società. La maggior parte di queste hanno portato all'umanità una progressione, mentre altre hanno avuto delle ripercussioni negative. Poiché al giorno d'oggi siamo tutt'ora immersi in questa rivoluzione digitale, ci rimane complicato valutare i pro e i contro e solo col tempo riusciremo, forse, ad esprimere un giudizio più valido e più chiaro per quanto riguarda le ripercussioni sulla società odierna. Per ora possiamo solamente affidarci alle nostre sensazioni personali, alle nostre esperienze, ma anche consultare le opinioni degli esperti. Inoltre, con internet, oggi si ha sempre l'informazione a portata di mano, quindi si è illimitatamente connessi al mondo, grazie ai social network, alle pagine web dei quotidiani e ad altri siti in rete. Ormai abbiamo facilmente accesso a molte informazioni, ricette, video, musica, giochi ed altre funzioni, solamente con un clic grazie a google ed a siti come wikipedia e youtube. Questi aspetti positivi però vengono acquisiti, quasi solamente, dalle nuove generazioni, che sono nate nel corso di questa trasformazione e quindi sono più agevolate nell'uso, ma anche le generazioni più anziane , anche se sono più a loro agio usando un foglio di carta invece del computer, ultimamente stanno diventando più tecnologiche. Mentre i mondi fisici, digitali e biologici continuano a convergere, le nuove tecnologie e piattaforme sempre più dovrebbero permettere alle persone di interagire con le amministrazioni, dare voce alle loro opinioni, coordinare i loro sforzi, e anche sfuggire al controllo della pubblica autorità. Questo sviluppo ha anche degli aspetti preoccupanti che, se non si riesce a modificarli, potrebbero causare dei notevoli danni alla gran parte dell’umanità. L'aspetto negativo più preoccupante è rappresentato dal fatto che i governi occidentali e non solo, stanno acquisendo sempre più poteri per ampliare il loro controllo sulle popolazioni attraverso sistemi pervasivi di sorveglianza e l’abilità di controllo sulle infrastrutture digitali. “Agisci in modo che le conseguenze della tua azione siano compatibili con la sopravvivenza delle generazioni future”. Ai signori del mondo, queste parole del filosofo tedesco Hans Jonas, sembrano essere indirizzate solo ai loro discendenti! Agli “altri”, alla maggioranza del mondo, quando il sapere non consentirà loro nessuna risposta, dovranno trovarla nell’agire.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

crollocs2Poche righe per ribadire quello che tutti i cittadini, e i malcapitati che passano da Amantea, patiscono ogni giorno e in ogni angolo della città.

 

Strade dissestate, molte delle quali impercorribili, piene di buche, alcune delle vere e proprie voragini, molte prive di illuminazione.

Il pericolo per le persone, automobilisti e pedoni, è all’ordine del giorno, oltre i danni ai mezzi. A Catocastro come al Centro Storico, a Campora come ad Acquicella, nelle contrade tutte, la situazione è la medesima: abbandono, degrado, incuria, ad iniziare proprio dalla viabilità oltre che dalla carenza di servizi primari per i cittadini.

 

A questo bisogna aggiungere il fatto, non meno rilevante, che il traffico è sempre in tilt, in particolare su Via Stromboli (SS 18) dominata ormai dai TIR che la preferiscono all’autostrada Salerno-Reggio Calabria.

Eppure le soluzioni ci sarebbero eccome. Ma l’Amministrazione Sabatino, oltre ai proclami, a distanza di oltre un anno non ha provveduto neppure a redigere un Piano Traffico per risolvere la situazione della viabilità. Quindi non solo non si provvede alla manutenzione delle strade, con disagi e malcontento ormai diffuso nella popolazione, ma neppure si pensa a fare di Amantea una città degna di questo nome. Ovunque regnano degrado, abbandono ed emarginazione sociale. Una “strada” se così si può chiamare, che esprime pienamente questa triste situazione è stata asfaltata l’unica volta nel 1982. Da allora è stata dimenticata da tutti gli Dei e da questa inscusabile Amministrazione. E’ un luogo che giace nell'incuria e che si presenta scarsamente accogliente e percorribile per i suoi abitanti, i loro familiari e gli stessi spericolati cittadini che si avventurano nel percorrerla. Si tratta di una stradina comunale che collega, la strada che conduce a Serra di Ajello, alla contrada Marano. Il degrado e le oltre 500 buche, è ben visibile. Dalla sporcizia, dalla vegetazione non curata, dal dissesto e dall’assenza totale di manutenzione. Si rende dunque necessario un intervento urgente per ridare ai cittadini, che vivono in questo chilometro disastrato, il sacrosanto diritto di fare due passi, senza rompersi le gambe, su quella che una volta era chiamata strada e per rendere fruibile e dignitoso questo straordinario luogo fatto di campi coltivati, di vigneti e uliveti. Il degrado in città è sotto gli occhi di tutti e sotto il naso di tutti. In aggiunta, basta recarsi sul lungomare e dare una sbirciatina a ciò che galleggia indisturbata sul mare di Ulisse. Solo un breve accenno ai “cerotti” che coprono il corpo del paese. Dalle ex carceri, al palazzo Florio in pieno centro, ecc. E’ una storia infinita di ostacoli, incuria ma anche di scelte che hanno portato il Comune a privilegiare altri interventi e a lasciare indietro la parte alta del centro storico i cumuli di immondizia, ratti e pericolosi ciuciuli rossi. L’area del cosiddetto Centro storico costituisce, per la rilevante presenza di elementi storico-architettonici, il fulcro dell’identità cittadina e al tempo stesso rappresenta una delle zone con maggiore capacità di condizionare la trasformazione della città. Senza considerare che: la città storica evidenzia da tempo dei trend allarmanti: riduzione di nascite e invecchiamento di quella popolazione che rimane, abbandono di una parte del patrimonio edilizio, terziarizzazione e successivo decadimento delle attività commerciali. Altre problematiche incidono fortemente su questa grave situazione: la mancanza di segnali stradali e la loro vetustà o ad esempio il verde urbano non curato dall’amministrazione che in occasione di eventi meteorologici provoca spessissimo danni a cose e persone. Non solo il centro storico: le realtà periferiche ed ancor più quelle delle frazioni lamentano lo stato di totale abbandono in cui sono state lasciate dall’amministrazione. Marciapiedi inesistenti o totalmente inagibili, verde pubblico lasciato a se stesso. Politiche, quelle di questa inverosimile Giunta comunale, che hanno impedito un’equa distribuzione su tutto il territorio delle risorse e quindi degli interventi, provocando danni, che i numeri sopra elencati dimostrano senza alcun alibi per il governo cittadino.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

Pubblicato in Politica

fiammeIl consueto malcostume di tutti i regimi liberal democratici è la mancanza di una via di mezzo tra l’eccessiva confidenza eccezionalmente testimonianza ad alcuni depositari del potere e l’ombrosa diffidenza di cui la più parte è vittima. Questi sentimenti di fiducia o diffidenza si espandono negli altri cittadini come una epidemia, fortificandosi man mano attraverso il riflesso vicendevole di tutte le fiducie simili tra loro, così come di tutti i sospetti. E' questa la maggioranza degli Amanteani? A volte sospetto di sì e mi viene una enorme tristezza e uno sconforto abissale. Comprendo come un tale pensiero possa risuonare negli animi come una critica disfattista e senza motivo, in un periodo così denso di problemi dove dovrebbero essere il positivismo e la voglia di fare i sentimenti dominanti. Purtroppo qui, in quello che avrebbe dovuto essere uno dei luoghi più belli della Calabria, in questa cittadina adagiata sulla riva del mare di Ulisse, le cose sono andate di male in peggio negli ultimi 50 anni. Proprio in questi giorni, gli amanteani fanno finta di non vedere ciò che sta succedendo su di un pezzo di costa a sud della città. Qualcuno sta lavorando alacremente, giorno e notte, con mezzi pesanti e non per recintare un pezzo di costa pubblica appartenente al demanio dello Stato. Chi sta “pulendo” e recintando non è lo stato né il comune ma qualche privato. Non un mecenate ma qualcuno che trarrà profitto da questa situazione con l’arrivo dell’estate. Già esiste un altro pezzo di suolo pubblico di cui si è appropriato il gestore di un albergo “la Scogliera” . Questa evidente sottrazione ai cittadini è stata denunciata l’anno scorso per cui chi scrive è stato anche minacciato di morte dallo stesso gestore del sopracitato albergo. Riprendendo il discorso, il nuovo tentativo di appropriazione di terreno demaniale riguarda una striscia di costa di circa 2 chilometri che va dal ponte della “Tonnara” alla scogliera di Coreca. Striscia di costa bellissima che gli amanteani non potranno più frequentare gratuitamente. Questo, probabilmente, dovuto ad una eventuale “svista” (non ce ne siamo accorti) da parte di tutte le autorità competenti, incluso gli amministratori comunali e il suo dirigente responsabile dell’Ufficio demaniale. Ecco perché mi sento di definire “vigliacco” e “codardo” il paese dove sono nato. Altro che paese di eroi, navigatori, scrittori e musicisti. Siamo diventati un Paese di servi, cialtroni, collusi, ignavi ed anche egoisti vigliacchi. E per reprimere quel senso di colpa che ci tormenta diventiamo buonisti. Ce ne freghiamo se il vicino di casa è malato o anziano che ha bisogno di un minimo di considerazione. Ci irritiamo se qualcuno bisognoso della nostra semplice comprensione ci limita anche un centesimo di grado di libertà. Libertà che spesso vuole dire insolenza, arroganza, sopruso. Poi, quando tentiamo di alzare la testa per reagire, ecco arriva lui: lo Stato. Lui, nostro nemico. Ci sta educando alla non azione. All'ignavia.Poi non ci si può meravigliare se i vigliacchi non alzano un dito a dare aiuto a persone bisognose . Vigliacchi che hanno perso ormai ogni riferimento. Che non hanno neanche il coraggio per vivere nella realtà. Invece di tentare un'azione esclamano "doveva capitare proprio a me?" E viscidi, si dileguano. Noi pavidi, schiavi delle nostre incertezze, siamo la causa principale del declino di questo povero Paese. A nostra “insaputa” siamo diventati strumento dei delinquenti più sfrenati. Siamo diventati il grimaldello di chi ci manda alla deriva. Siamo diventati gli escrementi di una società putrida governata da altrettanti putridi soggetti scelti da noi.   E pensiamo di lavarci la coscienza con la preghiera di rito a quelli che vengono chiamati "migranti" alla messa della domenica, sfoggiando l'abito nuovo? O giocando a fare i compagni con i soldi che non abbiamo guadagnato. E chi può fronteggiare questa situazione se non lo straniero che pare uscito dall'inferno? Ci ha pensato Clint Eastwood nel lontano 1973 con il film “High plains drifter” pessimamente tradotto con “Lo straniero senza nome”. Sono sempre più convinto che il regista-attore americano avesse in mente proprio Amantea nel realizzare questo film. Al personaggio deus ex machina del film viene promesso credito illimitato e la possibilità di poter fare tutto quello che vuole, e ne approfitta promovendo a sindaco e sceriffo nonché suo aiutante il nano del paese, facendo sloggiare tutti gli ospiti dell'albergo per stare più comodo, scopandosi le mogli dei "timorati" paesani, facendo dipingere tutte le case e la chiesa di rosso, cambiando il nome delle cittadina sul cartello all'ingresso del paese in “Hell”, inferno. All’arrivo dei “cattivi”, da lungo tempo atteso, “il vendicatore” scompare nel nulla, proprio come uno spettro, e il villaggio sembra consegnato ai nemici. Ma l’Eastwood regista è tutt’altro che monocorde e spesso sorprende con impennate più stilizzate, come, in questo film, la potente e notturna resa dei conti finale, dove, nel villaggio incendiato, lo straniero, armato di frusta, nei chiaroscuri della fotografia di Bruce Surtees, assume sempre più le sembianze spaventose di un fantasma, o comunque di una creatura ultraterrena.Rientrato in città completamente ridipinta organizza il "bentornati" ai tre, con tanto di tavolata a festa e di esposizione di uno striscione di benvenuto; fa preparare i cittadini allo scontro ma, nel momento in cui i tre arrivano sparando, nessuno reagisce e molti vengono uccisi, mentre lo straniero si era allontanato lasciando che i cittadini si arrangiassero. La sera tutti i cittadini vengono radunati nel saloon dai tre banditi, che nel frattempo avevano dato fuoco a mezzo paese, ma all'improvviso uno dei tre viene trascinato fuori da una frusta e, mentre gli altri due esitano ad uscire, questi viene ucciso a frustate dallo straniero. La frusta viene gettata dentro il locale ed i due complici escono facendosi scudo delle persone, ma non trovano nessuno e rimangono soli dopo che il gruppo è fuggito a seguito di un lancio di candelotti che però non scoppiano; i due si trovano anche senza cavalli, nascosti dallo straniero, ed allo scoperto e vengono uccisi dall'uomo uno dopo l'altro. Lo straniero in ultimo viene salvato da Mordecai, un nano da lui preso in simpatia, che uccide il proprietario dell'albergo che aveva tentato nella confusione di sorprenderlo alle spalle. Il giorno dopo lo straniero riparte, solo, nonostante il sorriso compiacente di Sarah. Purtroppo gli Amanteani, come Clint Eastwood, attendono da sempre l'uomo della provvidenza, che qualche volta, purtroppo, si identifica anche nell'uomo forte o nell'idiota di turno che ha in mano le ricette miracolose per risolvere i problemi del paese. E ciò è dovuto anche al decadimento della politica, di cui i cittadini hanno colpe non indifferenti per aver abbandonato la cultura politica ed essersi limitati a rimirarsi nello specchio e curare il proprio orticello. E' chiaro che non tutti gli Amanteani sono così, ma non è possibile, qui, mettersi a fare la distinzione tra buoni e cattivi.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

Pubblicato in Calabria

ora“I'll stand by you in wear or well Daisy, Daisy
You'll be the bell we'll try to rip you know
Sweet little daisy bell, You'll take the lead in each trip we take.”

La quarta rivoluzione industriale sta cambiando non solo quello che facciamo, ma anche chi siamo. Influenzerà la nostra identità e tutti i quesiti ad essa associati: il nostro senso della privacy, le nostre nozioni di proprietà, le nostre abitudini consumistiche, il tempo che dedichiamo al lavoro e al tempo libero, e il modo di progettare le carriere, coltivare le nostre capacità, incontrare persone, e nutrire i rapporti interpersonali. Sta già cambiando la nostra salute conducendoci verso un sé "quantistico", e fra non molto produrrà una nuova fase evolutiva. La lista è infinita e a porre i confini sembra esserci al momento solo la fantasia umana. Insieme a tanti altri, utilizzo la nuova tecnologia già da molti anni, ma a volte mi chiedo se l'integrazione della tecnologia nella nostra vita possa in qualche modo diminuire la quintessenza delle nostre capacità umane, come la compassione e la cooperazione. Il nostro rapporto con lo smartphone è un esempio calzante. Essere collegati costantemente può privarci di uno dei beni più importanti della vita: la pausa, la riflessione, e la capacità di avere una conversazione piena di significato. Una delle più grandi sfide individuali poste dalle nuove tecnologie dell'informazione è la privacy, che istintivamente riusciamo a percepire. Inoltre, sembra essere importante il monitoraggio e la condivisione di informazioni su noi stessi, come parte cruciale della nuova connettività. Certamente vi saranno molti dibattiti su questioni fondamentali come l'impatto sulla nostra vita interiore e sulla perdita del controllo sui nostri dati che si intensificheranno negli anni a venire. Allo stesso modo, la rivoluzione che si sta attuando nel campo delle biotecnologie e l Intelligenza Artificiale, che stanno ridefinendo il significato dell’essere “umano” spingendo indietro le soglie attuali della durata della vita, la salute, la cognizione e capacità, costringendoci a ridefinire i nostri confini morali ed etici. Né la tecnologia né la rottura causata da essa è una forza esogena sulla quale gli esseri umani non hanno alcun controllo. Tutti noi dovremmo essere responsabili della sua evoluzione, nelle decisioni che prendiamo ogni giorno, come cittadini, consumatori e investitori. Chiaramente questo il Sistema di potere decisionale cercherà di non permetterlo. Dovremmo, quindi, essere in grado di cogliere l'opportunità ed assumere il potere di modellare e condurre la Quarta Rivoluzione Industriale, indirizzandola verso un futuro che rifletta i nostri obiettivi e valori comuni. Per poter raggiungere tale obiettivo, dovremmo essere in grado di sviluppare una visione completa, condivisa e globalizzata su come la tecnologia stia influenzando la nostra vita e come potremmo rimodellare una nuova economia, gli ambienti sociali, culturali, e umani. Non c'è mai stato un momento così nella storia umana; una così grande possibilità di rivoluzionare il sistema in cui viviamo o subire uno dei momenti potenzialmente più pericolosi per l’intera umanità. Oggi il sistema del potere decisionale, tuttavia, continua ad essere volutamente fermo nel proprio pensiero tradizionale, lineare, e molto impegnato nel creare molteplici crisi nelle zone periferiche del sistema e trovare allo stesso tempo una propria continuità futura legata indissolubilmente al suo plasmare il nostro futuro, togliendo ancora una volta la possibilità all’autodeterminazione dei popoli. Per impedire tutto ciò avremmo bisogno di costruire un futuro che funziona per tutti e non per pochi. Ponendo le persone nelle condizioni di gestire la propria esistenza. Al contrario, nella sua forma più pessimistica e disumanizzante , la quarta rivoluzione tecnologia, potrebbe effettivamente avere il potenziale di "robotizzare" l’umanità e, quindi, privarla del cuore e dell’anima.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

Pubblicato in Calabria

manoIl sistema di potere capitalistico ha sviluppato un nuovo schieramento di mezzi per soddisfare il suo unico obiettivo, che è quello di estrarre plusvalore ovunque sia possibile e proiettarsi nel futuro senza dipendere troppo, come in passato, sulla “mano d’opera umana”.

 

Tutti questi mezzi, in una certa misura, attingono a risorse virtuali : "Il plusvalore virtuale" rende più facile appropriarsi di altri tipi di plusvalore.

Tutte queste forme di esproprio sono in genere presentati sotto forma ideologica marxista, per poi trasformarsi in realtà virtuale nel pensiero di James Clerk Maxwell in cui un’immagine invertita appare come se fosse nel verso giusto. Purtroppo questi non sono solo i sogni di una classe, ombre proiettate su di uno schermo virtuale, che ha spazio per molte altre proiezioni.

 

Al di fuori della camera oscura dell'ideologia capitalista la lotta continua. Il lavoro precario e non contro il capitale forte o precario, in un campo di lotta imprevedibilmente influenzato dalle nuove tecnologie di produzione e di informazioni.

Ci troviamo nel bel mezzo di una rivoluzione tecnologica che modificherà radicalmente il nostro modo di vivere, lavorare e relazionarsi gli uni agli altri. Nella sua scala, la portata e la complessità, la trasformazione sarà diversa da qualsiasi cosa l'umanità abbia sperimentato prima d’ora. Noi non sappiamo ancora quanto essa si svilupperà, ma una cosa è chiara: la risposta deve essere integrata e completa, e coinvolge tutte le parti interessate del sistema politico mondiale, del settore pubblico e privato nel mondo accademico e della società civile.

Il mondo virtuale sta condizionando, in una certa misura, tutte le forme di lavoro; creando disoccupazione e diverse nuove classi di lavoratori, costringendole a combattersi l’uno contro l’altra, senza la consapevolezza che la Rete virtuale li relega tutte in una unica moltitudine. I collegamenti non sono stati intuiti ancora dai veri utenti che sono gli unici che potrebbero rendere questa grande alleanza virtuale, reale. Potenzialmente, questa presa di coscienza da parte degli sfruttati, è possibile. Le rivoluzioni recenti conosciute come “la primavera araba” sono state caratterizzate dall’essere “prodotti” dei social media che maldestramente e con poca conoscenza sono state fallimentari.

 

Tuttavia, vi è una visione alternativa che è rappresentata dalla rivoluzione di strada o sul campo di battaglia.

Questo senza voler sminuire l’importanza della nuova tecnologia.

Alcune di queste tecnologie potrebbero servire a facilitare il rapido cambiamento sociale quando forniscono modi per superare le restrizioni alle libertà di espressione e di associazione. In tal modo, le tecnologie di comunicazione permetterebbero la formazione di nuove identità sociali in grado di sfidare i poteri sociali esistenti, promuovendo la crescita di un movimento di massa che si posizionerebbe come fedele al proprio paese e alla sua gente, in opposizione ai vari governi liberal democratici e non. Al vuoto creato dalla mediazione sempre più pervasiva della tecnologia indotta, reagiamo con il consumo, sempre più spesso di tipo compulsivo. La fame che è oggi tornata reale e interessa milioni di persone e famiglie alla ricerca del pasto quotidiano, è diventata anche fame di consumo. Si compra e si consuma per superare lo stress, l’ansia e la depressione, lo si fa con un appetito che non è mai soddisfatto perché mai soddisfatta è la ricerca di serenità e rilassatezza. Poco importa se questo consumo etnologico che porta a sostituire il telefonino o l’iPod in continuazione e a cambiare il proprio iPad ad ogni uscita di un modello nuovo non abbia nulla di liberatorio. Le possibilità di miliardi di persone di essere connesse da dispositivi mobili, con una potenza senza precedenti di elaborazione, capacità di memoria, e l'accesso alla conoscenza, sono illimitate. E queste possibilità stanno per essere moltiplicate grazie ad innovazioni tecnologiche in settori come l'intelligenza artificiale, la robotica, l'Internet delle cose, veicoli autonomi, la stampa 3-D, nanotecnologie, biotecnologie, scienza dei materiali, lo stoccaggio di energia, e l'informatica quantistica. La percezione generale è che stiamo vivendo tempi di crisi profonda e di grande cambiamento. Dopo anni di prosperità e di sviluppo, facciamo fatica a comprendere perché siamo arrivati qui e viviamo nell'assoluta incertezza su ciò che potrebbe succedere. La differenza con le passate innovazioni sta nella globalità della crisi e nel fatto che tocca aspetti diversi quali l'ecologia e l'ambiente, la sovrappopolazione del pianeta, l'accresciuta disparità e disuguaglianza tra ricchi e poveri ma anche aspetti psicologici e sociali quali la crisi della famiglia tradizionale e nucleare, la difficoltà delle nuove generazioni a trovare una occupazione. ( il 40% dei giovani italiani tra i 15 e i 24 anni sono disoccupati e sui rimanenti il 40% ha un lavoro precario e sottopagato) e la crisi psicologica dell'individuo alle prese con una ridefinizione del Sè in un mondo diventato reale e virtuale insieme. "Questa è la prima epoca che abbia prestato tanta attenzione al futuro, ma è piuttosto ironico, dato che potremmo non averne uno.", scriveva Arthur C. Clark autore di fantascienza e inventore britannico. Noto per il suo romanzo 2001: Odissea nello spazio del 1968. Una realtà diventata sempre più iconica e simbolica, manipolata linguisticamente che riduce e trasforma la ricchezza e l'abbondanza della natura e del reale e introduce sempre nuove astrazioni in grado di portarci sulla strada malfatta, di rompere ed oscurare i legami con la realtà ed impedire di soddisfare i desideri generati da situazioni di mutamento. Visto il pensiero unico dominate che suggerisce un approccio quasi religioso alla tecnologia, come si può uscire da questa situazione? Forse ridando senso alle cose e alla realtà significa riconoscere il potere della tecnologia e nel farlo operare un atto di radicale ridimensionamento. La vita non sembra essere un videogioco e l’agire umano non può essere sostituito da applicazioni. Ogni tanto sarebbe utile staccare la spina, hardware e software insieme, e nel farlo abbandonare i mondi indotti e ovattati della virtualità per riprendere in mano il proprio destino.

Gigino A Pellegrini & G el Tarik

Pubblicato in Calabria
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