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Riceviamo e pubblichiamo il seguente articolo di Francesco Gagliardi: “La torre che ci accingiamo a descrivere si trova in Contrada Conocchia del Comune di San Pietro in Amantea e non nel Comune di Amantea come qualcuno erroneamente ha scritto.

 

E' una torre a pianta quadrata, di altezza molto rilevante, tenendo conto delle "turre" circostanti molto ma molto più basse, costruita in posizione strategica e una volta isolata in aperta campagna.

 

E' stata costruita certamente intorno al XVII secolo quasi esclusivamente con scopi strategici e di avvistamento.

Col passare dei secoli perse di importanza e perse in parte il suo carattere eminentemente militare e divenne una casa rurale abitata dai contadini della contrada, i quali, in relazione al mutare dei tempi, in parte la modificarono.

 

La torre della Contrada Conocchia si erge vigile, severa e maestosa in posizione dominante sulle altre Contrade di Giardini, Froffa, Gallo, Muschicella, S.Elia, Scala e Tuvolo.

Fu certamente edificata da qualche feudatario del luogo in un periodo buio e triste della nostra martoriata Calabria quando la popolazione calabrese era terribilmente minacciata dalle scorribande dei pirati, dei corsari, dei musulmani, dei barbari.

Il compito della Torre era certamente quello di permettere agli uomini di guardia di segnalare agli abitanti sparsi nelle vicine campagne col fuoco, col fumo e col suono del corno l'avvistamento dei pirati e dei corsari che minacciosamente si avvicinavano verso il centro abitato.

 

Nella Torre c'era certamente un torriere coadiuvato di giorno e di notte da altro personale adibito all'accensione dei fuochi.

A questi uomini si affiancavano certamente altri uomini che con i cavalli, in caso di pericolo imminente, andavano in giro per le contrade e nei paesi vicini, ad avvisare la gente a mettersi in salvo. Non c'era nessuna cinta muraria, non c'era nessuna guarnigione.

L'unica occasione di difesa, in attesa di eventuali soccorsi, era quella di rinchiudersi nella Torre al piano superiore.

 

Effettivamente, quando la torre venne costruita, il suo chiaro intento era di avvistamento e non di difesa.

Dall'alto della torre si domina l'ampia vallata ricca di ficheti, uliveti e vigneti e una volta era molto popolata (c'erano le scuole elementari e materne ed anche un bellissimo edificio scolastico ora venduto ad un privato) quando la terra dava i suo buoni frutti e la gente del posto, senza grilli per la testa, viveva esclusivamente di agricoltura e pastorizia.

 

Dal lato Sud si scorge il fiume Oliva che una volta serviva per raggiungere le zone interne, ora raggiungibili da una ampia strada asfaltata che collega Campora San Giovanni con Aiello Calabro costeggiando il fiume e passando per la Contrada Gallo di San Pietro in Amantea.

L'alveo del fiume Oliva una volta era molto ampio e forse anche navigabile, così i pirati con le galee potevano penetrare all'interno e raggiungere le contrade di Amantea e San Pietro in Amantea e tutti gli agglomerati rurali sparsi nelle vallate e sulle colline.

La Torre, è divisa in tre piani e all'altezza del terzo piano si notano due mensoloni di pietra su cui evidentemente poggiavano le caditoie.

Cosa erano queste caditoie?

Erano delle aperture praticate negli sporti delle fortificazioni per gettare proiettili sugli assalitori. C'è ancora una unica porta di ingresso collocata ad una certa altezza dal suolo alla quale si accede attraverso una scala esterna.

Forse una volta, originariamente, c'era anche un ponte levatoio.

Per salire dal primo al secondo piano bisognava usare una strettissima scala ricavata negli spessissimi muri in pietra.

La comunicazione tra il secondo e terzo piano era assicurata da una scala in legno mobile che, all'occasione, poteva essere rimossa.

Il terzo piano diventava così irraggiungibile dal basso e gli abitanti che vi si erano rifugiati potevano stare tranquilli e sicuri..

Il solaio è in parte in legno e in parte in muratura.

Nella Torre, forse, ci dovevano essere delle larghe e rettangolari feritoie, ora sostituite da ampie finestre, che consentivano di tenere sotto tiro gli eventuali nemici invasori.

La Torre della Conocchia, malgrado siano passati molti secoli dalla costruzione iniziale, è in un discreto stato di conservazione.

Urgono però dei restauri.

E' ora abbandonata, non ci abita più nessuno.

L'ultimo che l'ha abitata è stato il Sig. Domenico Sicoli.

Peccato, perché come scrisse il caro Enzo Fera " Un patrimonio di cultura architettonica e artistica europea s'è sedimentato nei secoli e che occorre compiere ogni sforzo per salvaguardarlo, tutelarlo e divulgarlo, perché in questi preziosi libri di pietra è contenuta la nostra vera identità storico-culturale".

Pubblicato in Basso Tirreno

Riceviamo e pubblichiamo:

I volontari del servizio civile dal Papa: siete una forza preziosa

Papa Francesco ha detto ai 7mila volontari in Servizio Civile che hanno partecipato sabato 26 novembre all'udienza in Aula Paolo VI

 

-«Voi siete una forza preziosa e dinamica del Paese, il vostro apporto è indispensabile per realizzare il bene della società, tenendo conto specialmente dei soggetti più deboli».

Il Pontefice ha chiesto di esercitare una funzione di "critica" rispetto alla logica mondana.

I giovani ed i meno giovani provenienti da tutta Italia hanno accolto le parole del Santo Padre con scroscianti applausi che ha ricordato quanto sia prezioso il loro dono alla società civile..

«Il progetto di una società solidale costituisce il traguardo di ogni comunità civile che voglia essere egualitaria e fraterna», ha ricordato infatti, sottolineando che tale progetto «è tradito ogni volta che si assiste passivamente al crescere della disuguaglianza tra le diverse parti sociali o tra le nazioni del mondo; quando si riduce l'assistenza alle fasce più deboli senza che siano garantite altre forme di protezione; quando si accettano pericolose logiche di riarmo e si investono preziose risorse per l'acquisto di armamenti; o ancora quando il povero diventaun'insidia e invece che tendergli la mano lo si relega nella sua miseria».

All’incontro era anche presente il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali Poletti e il sottosegretario Bobba.

Il Santo Padre ha poi ringraziato l’Italia per quello che fa in favore dei migranti.

«Un ambito di azione che deve starci particolarmente a cuore riguarda l'aiuto ai rifugiati e ai migranti, i quali chiedono di essere soccorsi e integrati nel tessuto sociale>> -.

L'Italia è lodevolmente impegnata in questa opera, è un esempio.

Nell'esprimere apprezzamento per tutto ciò,<<esorto a proseguire con coraggio sia sul piano dell'accoglienza concreta sia su quello della sensibilizzazione e di una vera integrazione».

Nell'aula Paolo VI c'erano 7mila volontaried ex volontari, in rappresentanza dell'impegno degli oltre 350mila ragazzi che, dal 2001 a oggi, hanno scelto di svolgere il servizio civile in Italia.

Il giornalista RAI Franco Di Mare ha condotto la manifestazione facendo testimoniare alcuni ragazzi del Servizio civile.

Luca Abete, inviato di Striscia la notizia, ha parlato del suo impegno e di quello che ha fatto quando nel suo paese natale faceva parte come volontario del servizio civile.

All’incontro col Santo Padre c’ero anch’io insieme ai quattro giovani che prestano servizio civile presso il Centro Socio Culturale”Vittorio Bachelet”.

Pubblicato in Basso Tirreno

vascheLe vasche pubbliche quando ancora nelle nostre case l’acqua non era arrivata e le lavatrici non erano ancora state inventate, erano molto frequentate. Furono costruite in località Pantani e che noi chiamiamo Quattrocanali nell’anno 1898 ed una lapide ne ricorda anche l’anno di costruzione. Erano tante le donne di San Pietro in Amantea che al mattino giungevano ai Quattrocanali con il loro grande cesto in testa pieno di panni da lavare. Dopo averli insaponati e lavati per bene, li risciacquavano e poi li strizzavano per poter togliere più acqua possibile. Poi con le loro ceste sulla testa ritornavano nelle loro abitazioni e spandevano il bucato. Il lavatoio comunale, simbolo del lavoro femminile e della cultura di una intera comunità, è stato restituito di recente a nuovo splendore, grazie ad un intervento di manutenzione straordinaria eseguita dall’Amministrazione Comunale. E’ stata costruita una tettoia in legno. Il lavatoio presenta tre vasche di contenimento dell’acqua, due più grandi per il lavaggio dei panni e una molto più piccola per il risciacquo. L’ampiezza delle vasche consentiva il lavoro contemporaneo di più donne, però durante l’inverno, non essendo coperte, non offrivano riparo dal freddo e dalle intemperie. Le vasche sono alimentate da 5 fontane che sia d’inverno che d’estate permettevano alla popolazione locale non solo di lavare i panni, ma anche attingere acqua potabile molto fresca. Lo scolo dell’acqua serviva poi per irrigare i terreni circostanti. Il lavatoio, specialmente durante i mesi estivi, era frequentatissimo. Era un luogo di aggregazione sociale soprattutto per le donne, dove le ragazze da marito si scambiavano opinioni e pettegolezzi. Gli uomini non frequentavano il lavatoio. Erano addetti ai lavori dei campi. In alcune regioni d’Italia era proibito agli uomini avvicinarsi ai lavatoi quando c’erano le donne. (Vedi foto scattata a Tivoli). Esso, ormai, ha perso la sua funzione originaria di “lavanderia all’aperto”, di approviggionamento di acqua potabile, di eventuale abbeveratoio per gli animali. I panni ora si lavano con la lavatrice e non più a mano. Non c’è più bisogno di andare con i barili e i cannatielli a rifornirsi di acqua potabile. L’acqua l’abbiamo in casa. L’abbeveratoio non serve più, perché non ci sono più animali domestici che vengono allevati nel nostro territorio. Asinelli, mucche, capre, pecore, animali completamente scomparsi. Le mandrie di Felice e don Micu e di Peppino Rende sono solo ricordi del passato. Ora l’acqua potabile, sin dal 1970, raggiunge tutte le case del nostro paesello e negli ultimi tempi anche quelle delle nostre contrade. Le lavatrici elettriche hanno trasformato le nostre abitudini. I panni si lavano in casa e le donne possono dedicarsi ad altre occupazioni meno gravose. Così i lavatoi comunali sono diventati ormai solo luoghi di storia e di memorie. Non hanno più nessuna funzione e quindi sono stati abbandonati alla loro sorte. Oggi ai Quattrocanali non ci va più nessuno, nei lavatoi non si sente più il vivace chiacchierio delle donne intente al lavoro. Vi regnano sovrane la quiete e il dolce mormorio delle acque.

Tantissimi anni fa per lavare i panni venivano utilizzate anche le “cibbie”. E nel nostro paese ce ne stavano parecchie, specialmente nelle contrade. Le acque delle cibbie venivano usate principalmente per irrigare i terreni. Certe volte, però, i proprietari permettevano alle donne di fare uso delle acque anche dietro un piccolo compenso o scambio di favore. L’acqua potabile nel nostro paese è arrivata nel 1900. Prima di allora le donne o andavano ad approviggionarsi ai Quattrocanali o nelle fontanelle di campagna. L’acqua è stata incanalata tramite una condotta idrica dalla sorgente di Piè dei Timpi ed alimentava soltanto tre pubbliche fontane. Venne costruita una grande fontana in Piazza IV Novembre, una volta non si chiamava così, avente anche un abbeveratoio per gli animali. C’era il divieto assoluto di usare la fontana per altri usi e di usare l’abbeveratoio per lavarvi i panni e la verdura. Coloro che venivano sorpresi a lavare nella vasca erano puniti severamente. La Guardia Municipale don Nicola Coscarella, molto ligia al proprio lavoro, elevò la prima contravvenzione alla propria consorte Rosalia Presta. Le acque superflue, poiché le fontane erano sempre aperte giorno e notte, venivano convogliate attraverso canaloni nelle cibbie di Terramarina. Nelle altre due piazze del paese c’erano altre due fontane, molto più piccole e non caratteristiche come quelle di Nmienzu u Largu.Una in Piazza Municipio, ora Piazza Pietro Mancini e un’altra Nmienzu u Puritu, Piazzetta Margherita. Le acque di Nmienzu u Puritu venivano convogliate nella cibbia di donna Irene Luciani, quella di Piazza Municipio conosciuta anche come Nmienzu a Chiazza nella cibbia di don Lisandro. La cibbia di don Lisandro, molto capiente,non esiste più. E’ stata demolita per consentire la costruzione della strada comunale che va da Piazza Madonna delle Grazie a Piazzetta Margherita. Quella di donna Irene esiste ancora, però senza più acqua. E’ completamente abbandonata. Le acque reflue vanno a finire nella fognatura comunale costruita nel 1948 dall’Amministrazione democristiana, Sindaco l’Ins. Carratelli Nervi Ines, una delle prime donne ad occupare incarichi istituzionali in Italia. La domestica di donna Irene, Teresa Marano, non voleva che le donne del paese, specie quelle a lei invise, andassero a lavare i panni sporchi nella cibbia di Terramarina. Infatti, diverse volte, attraverso bandi pubblici, invitava la gente a non andare a lavare i panni nella cibbia altrimenti avrebbe preso severi provvedimenti. Un bando pubblico che mi è rimasto in mente recitava così:- Nessuno jisse a lavare i panni alla cibbia e Terramarina e donna Irene. U primu che ci piscu u puortu alla Pretura da Mantia. E nun c’è riguardu ppe nessunu-. Donna Irene, però, che era davvero una gran signora, permetteva a tutti di andare a lavare i panni nella sua cibbia. Bastava soltanto farglielo sapere in anticipo. Non ha detto mai di no a nessuno.

Il 23 agosto 1901, mentre in San Pietro in Amantea si svolgeva l’annuale fiera di merci e bestiame di San Bartolomeo Apostolo, in Piazza IV Novembre viene inaugurata con una certa solennità la pubblica fontana monumentale, quella fontana che oggi si trova ubicata al lato della strada provinciale vicino le abitazioni di Emilio Lupi e Francesco Lucchesi. Luogo, per me, non adatto. E poi l’abbeveratoio non esiste più. Quella fontana da noi oggi viene ricordata come la fontana Du zu Tittu. Forse perché l’acqua scorge da un orciuolo tenuto da un personaggio famoso che assomiglia a Mastru Titta. “ Il dottore Michele Ianne la ideò, suo figlio Roberto la realizzò dopo 25 anni”. Questa era la frase che doveva essere scritta nella lapide ricordo posta dietro la fontana sopra l’abbeveratoio, però beghe personali, odi, rancori degli amministratori comunali del tempo, dimenticarono l’operato dei Sindaci Ianne che tanto bene avevano fatto al paese e non posero mai la lapide. Avevano portato per la prima volta l’acqua nelle tre pubbliche fontane del paese. E in quei tempi era già tanto. L’acqua apparteneva alle famiglie più influenti del paese. Ma i sampietresi, riconoscenti, intitolarono poi, dopo diversi anni, una via all’ex Sindaco Michele Ianne, via che va da via Michele Bianchi ora Via del Popolo a Piazza Municipio ora Piazza Pietro Mancini. La conduttura dell’acqua potabile portò allora finanche l’acqua nel cortile dell’abitazione della famiglia di don Lisandro Sesti. Era l’unica abitazione che aveva l’acqua in casa, forse per un diritto acquisito o forse perché la sorgente dell’acqua di Sangineto ricadeva nel terreno di sua proprietà.

Pubblicato in Basso Tirreno

trebiatura

Al termine della mietitura del grano le donne raccoglievano i covoni che venivano portati sull’aia dove si costruiva “la timugna”.

Sul tetto veniva posta una croce fatta di spighe di grano a guardia del grano. L’attesa della trebbiatura era uno dei momenti più carichi d’ansia perché era forte il timore che potesse piovere, grandinare o che potesse sprigionarsi un incendio. La pioggia e la grandine avrebbero danneggiato i covoni, l’incendio avrebbe distrutto tutto il raccolto. Prima dell’uso della trebbiatrice i covoni di grano venivano sparsi sull’aia e su di essi veniva fatta passare una grossa pietra “la triglia” tirata da due grossi e robusti buoi in un continuo movimento circolare per fare uscire i chicchi di grano dalla spiga.

Gli uomini, poi, con forconi di legno “tridenti” sollevavano la paglia che col vento veniva separata dai chicchi, i quali, venivano raccolti, questa volta dalle donne, in grandi cesti (crivi) e così il grano “cernuto” veniva separato dalla pula.

La paglia veniva raccolta e usata principalmente come foraggio per il bestiame o messa nei porcili. La trebbiatrice da noi arrivò negli anni cinquanta.

 

La introdusse mio cognato mastro Eduardo Perri. Una sola volta, nell’immediato dopoguerra, venne da noi una grande e rossa trebbiatrice.

Era di proprietà di Francesco Socievole. Si fermò a trebbiare il grano in contrada Vallone ai lati della provinciale Cosenza – Amantea, vicino l’abitazione di zio Antonio Gagliardi.

Fu una grande festa non solo per il vicinato ma per tutta la popolazione sampietrese. Era la prima volta che vedevamo una grande macchina di colore rosso tirata da un grande trattore che trebbiava il grano.

Le donne che lanciavano i covoni, gli uomini addetti alla trebbiatura che li spingevano all’interno della trebbiatrice senza che qualche spiga fuoriuscisse. Che spettacolo! Da una parte usciva la paglia, da un’altra la pula, da un’altra parte i chicchi di grano che andavano a finire nei sacchi di juta che venivano subito chiusi e legati con lo spago e portati via dalle donne nei granai che poi erano grandi “casciuni” che si trovavano nei nostri scantinati o magazzini.

 

Giugno, la falce in pugno.

Così recita un antico proverbio contadino. Vuol dire che la mietitura del grano doveva avvenire nel mese di giugno, quando cioè il grano era completamente maturo e le spighe si ripiegavano sotto il loro peso.

Le piantine del grano venivano tagliate, da uomini esperti, con una grande falce e poi riunite in fasci. Le donne poi facevano i covoni per comporre le gregne. Per incominciare a mietere il grano si aspettava quando il sole era alto e si lavorava fino all’imbrunire, prima della umidità della sera.

La falce era ed è uno strumento a mano d’uso antichissimo formata di un corto manico al quale è unita una lama curva avente un lembo dentato. Si operava con la mano destra mentre con la sinistra, le cui dita erano protette da “cannuoli” di canna, s’isolava il manipolo da tagliare per poi depositarlo a terra e farne dei fasci. La falciatura e la trebbiatura del grano sono solo il momento finale della raccolta del grano.

 

Bisognava prima preparare il terreno.

Si partiva nel mese di luglio e agosto col dissodare il terreno e poi a novembre si seminava il grano.

La sera prima della semina il grano veniva mischiato con una soluzione di acqua e “pietra turchina” (minerale a base di rame) perché impediva al grano di diventare nero quindi inutilizzabile al fine della semina. A marzo venivano tolte dal campo seminato le erbacce cattive. Seguiva la sarchiatura.

Questa operazione era eseguita per lo più dalle donne utilizzando come attrezzo “u zappuniellu”, attrezzo molto piccolo e meno pesante della zappa che veniva usata dagli uomini robusti. L’operazione consisteva non solo nel distruggere le erbe infestanti ma per favorire principalmente la circolazione dell’aria nel terreno rimescolando lo strato superficiale.

A giugno poteva iniziare la mietitura e poi la trebbiatura, lavoro molto duro, però erano una festa per tutta la famiglia che coronava un lungo periodo di lavoro. Le macchine per la mietitura del grano da noi non sono mai arrivate. Non erano adatte a causa del terreno scosceso e collinare del nostro territorio. Però, in seguito alla meccanizzazione agricola la mietitura manuale è oggi scomparsa.

Ricordo una poesia che la mia maestra di quinta elementare, la cara e indimenticabile Lillina Luciani, mi ha fatto imparare a memoria che serviva per farmi ricordare i mesi dell’anno e le loro caratteristiche:

Gennaio mette ai monti la parrucca……/ Luglio falcia le messi al solleone / Agosto, avido ansando le ripone.

Pubblicato in Italia

San Pietro in Amantea. Scrive Ciccio Gagliardi:” E’ passato molto tempo dall’ultimo mio intervento sul “Quotidiano”.

E’ dal mese di giugno che non scrivo. Sapeste quanto mi dispiace.

 

 

E chiedo scusa ai miei 10 lettori che a Corso Mazzini mi fermano e mi chiedono:- Hai finito l’inchiostro?-

Non ho finito l’inchiostro e mi dispiace davvero, però questa situazione politica che si è venuta a creare con l’avvento del Sig. Renzi mi ha fatto stare male.

Cosa avrei dovuto scrivere? Che fa schifo? Che fa pena? Che le tasse sono aumentate? Che il Pil non cresce? Che la disoccupazione aumenta giorno per giorno? Che i poveri sono diventati sempre più poveri e sono in continuo aumento?

Mi fanno pena e mi fanno schifo tutti quei personaggi che ogni santo giorno appaiono in televisione e spocchiosamente affermano che le cose in Italia vanno a gonfie vele.

Per loro sicuramente che percepiscono un lauto stipendio.

Non vanno bene per milioni di italiani che fanno ogni giorno la fila alla mensa della Caritas per avere un piatto caldo.

Questi poveracci non fanno pena, mi fanno rabbia, perché vorrei che la gente per bene scendesse in piazza come faceva una volta e facesse sentire la sua voce.

Per questi motivi sono stato in rispettoso silenzio. Non ne vale più la pena parlarne e scrivere.

Gli elettori non contano più. Non hanno più voce in capitolo.

Come un ammasso di pecore belanti siamo costretti a dire sempre di sì. Guai ad opporsi. Sarebbe la fine.

Cosa mi ha spinto allora a scrivervi? E’ stato un articolo apparso su un giornale nazionale con una intervista ad un noto e famoso architetto italiano: Ricostruiamo tutti i paesi distrutti dove erano prima, perché tutto si può ricostruire come hanno fatto le nazioni europee che dopo i bombardamenti della seconda guerra hanno ricostruito le case e gli edifici pubblici come prima, meglio di prima.

Falso.

La maggior parte di quei paesini distrutti dal terremoto nelle Marche e nell’Umbria non verranno mai ricostruiti come prima, perché è impossibile ricostruirli.

Lo dicono gli esperti, lo confermano i geologi, lo sostengono i tecnici del Genio Civile.

Il motivo è semplice: il terreno è ad elevato rischio sismico.

E poi è franoso, argilloso e presenta lesioni e fratture visibili ad occhio nudo. Ma queste cose non le dicono.

Per loro la priorità è la consultazione del prossimo 4 dicembre.

Le priorità invece sono: assicurare e subito ai tanti bambini che hanno abbandonato i loro paesi e le loro scuole la continuità dell’anno scolastico; garantire ai tanti sfollati non un solo piatto di lenticchie calde ma tutti i servizi essenziali; le tende e i container vanno bene per l’emergenza, ma ora che il crudo inverno in quelle zone colpite dal sisma sta per arrivare, servono casette vere e sicure; e servono sostegni adeguati e urgenti agli agricoltori e alle imprese.

Ma la cosa prioritaria e necessaria è snellire le pratiche burocratiche.

Basta con le pastoie, con firme, contro firme, con domande in carta bollata, con pareri degli esperti, dei Comuni, delle Province, delle Regioni, del Genio Civile, dei Vigili del Fuoco.

Se si incominciano a preparare gare di appalto come sempre si è fatto i tempi si allungherebbero e la gente non avrebbe mai una casetta decente e gli allevatori una stalla per il bestiame.

Tutto si può costruire, tutto si deve costruire. E’ vero.

Bisogna fare presto perché i soldi ci sono.

Bisogna pure dire, però, che tutto non si può costruire sullo stesso posto di prima perché è impossibile farlo.

Ma nessuno fino ad oggi, nemmeno le più alte cariche dello Stato, hanno messo sull’avviso gli abitanti delle Marche e dell’Umbria ormai sistemati negli alberghi della riviera marchigiana.

E chissà per quanto tempo ancora.

Francesco Gagliardi

Pubblicato in Basso Tirreno

Riceviamo e con piacere pubblichiamo l'articolo di Francesco Gagliardi:

Un tempo nelle nostre campagne esistevano solo case coloniche, le cosiddette “turre”, massimo due stanzette ed una cucina.

Poi a parte c’erano le stalle per l’asino e per le vacche, il pollaio, il porcile, il fienile, la legnaia,un magazzino con i sacchi di farina di frumento e di granoturco.

Insomma, tutto quanto bastava per rendere la turra una struttura sufficiente a se stessa, qualche villa padronale, una chiesetta e una o due case di piccoli artigiani.

L’acqua da bere bisognava andarla a prendere con i barili nelle fontanelle sparse qua e là.

E per i bagni?

Ma quali bagni, non rientravano nelle consuetudini dei contadini.

D’estate qualcuno si immergeva lungo il corso dei fiumi o nelle cibbie.

Le chiesette nelle nostre contrade sono due.

Una dedicata al Profeta Elia si trova nella omonima contrada, l’altra dedicata all’Arcangelo Michele si trova nella contrada Gallo.

Ce n’era un’altra in contrada Colopera, ora non esistono più neppure le pietre.

Nelle contrade c’erano finanche le scuole elementari, perché c’erano tantissimi alunni nell’età dell’obbligo scolastico.

Il numero degli alunni non deve trarci in inganno.

Moltissimi di loro frequentavano la scuola soltanto durante i mesi invernali. In autunno e primavera abbandonavano la scuola e si dedicavano al lavoro dei campi.

Ecco perché la maggior parte degli abitanti erano analfabeta o semianalfabeta.

Quasi tutti gli abitanti del paese non sapevano né leggere né scrivere, a stento sapevano fare la loro firma.

Ci sono atti addirittura del Comune dove compare questa dicitura: Per il Sindaco analfabeta segno di croce dell’Assessore anziano.

Delle donne poi non ne parliamo.

Non avevano mai preso in mano neppure l’abbecedario.

La gente, oltre essere analfabeta, non sapeva neppure parlare l’italiano.

Pochissimi erano in grado di esprimersi nella lingua che oggi tutti usiamo.

Mentre i figli delle famiglie benestanti frequentavano regolarmente gli studi i bambini e le bambine dei contadini venivano subito impiegati nelle faccende domestiche e nei campi.

Ogni turra possedeva un forno che veniva usato ogni 15-20 giorni e serviva a cuocere il pane non solo per la famiglia numerosa che abitava quella turra, ma anche per le famiglie vicine e indigenti che non avevano il forno.

Ma il forno veniva usato anche per infornare i fichi, la ghianda e le castagne per gli animali.

Mentre le donne nei cosiddetti “catoi” erano intente a impastare la farina, un uomo, spesso il padrone, provvedeva ad accendere il forno con la legna e le frasche che le donne avevano raccolto nei boschi circostanti.

La legna veniva attizzata con il forcone.

Intanto il forno si scaldava.

Le fascine accese crepitavano allegramente e il riverbero delle fiamme tingeva di rosso il volto del fornaio.

Quando il forno era ben caldo veniva ripulito dai tizzoni e dalla cenere mediante il rastrello e messi in un angolo del forno, poi con uno “scupolo” un po’ bagnato, il fondo del forno veniva ripulito accuratamente.

Infine seguiva l’infornatura mediante una lunga pala.

Alla fine la bocca del forno veniva chiusa con una porta in ferro.

L’uomo o la donna addetti al forno sapevano quanto tempo occorreva per la cottura del pane. Quando la porta veniva rimossa usciva dal forno un odore caratteristico di buon pane che da tempo abbiamo ormai dimenticato. Era festa grande in casa quando la mamma faceva il pane.

Ognuno voleva una pagnottina per sé e quando si impastava la farina con l’acqua tutti volevano mettere le mani nella madia ( a Majlla ), togliere la pasta lievitata, partirla, foggiarla a pagnotte e farvi sopra il segno della croce. Mi vengono in mente alcuni versi di una poesia di Ferruccio Greco:

…e sientu ancora mò l’adduru anticu

Chi saglia ppe re scale d’intra u vicu

Quannu u pane ni purtava a furnara

Na sporta de fatiga duce e amara.

Ricordo pure una poesia del poeta Francesco Pastronchi molto bella e che oggi, purtroppo, nelle nostre scuole non si fa più imparare a memoria. S’intitola :

Il pane.

Pane, ti spezzan gli umili ogni giorno,

lieti se già non manchi alla dispensa.

A lor quale più sacra ricompensa

Di te, che giungi fervido dal forno?

Come biondeggi al desco disadorno,

così tra vasi d'oro; in te si addensa

ogni ricchezza, e la più bella mensa

di tua ruvida veste non ha scorno.

Figlio del sole, tu ne porti un raggio

in ogni casa, e a chi di te procaccia

onestamente, illumini la fronte.

Ma più risplendi, quando nel viaggio,

stanco, il mendico dalla sua bisaccia

ti trae, sedendo al margine di un fonte.

E che dire della poesia di Gianni Rodari.

Se io facessi il fornaio, vorrei cuocere il pane così grande da sfamare tutta, tutta la gente che non ha da mangiare.

Un pane più grande del sole, dorato, profumato come le viole.

Un pane così verrebbero a mangiarlo dall’India e dal Chili i poveri, i bambini, i vecchietti e gli uccellini.

Sarà una data da studiare a memoria: un giorno senza fame!

Il più bel giorno di tutta la storia.

San Pietro in Amantea by Francesco Gagliardi

 

Pubblicato in Basso Tirreno

Foto san pietroSan Pietro in Amantea è quasi come il paesino Rio Bo descritto magistralmente dal grande poeta Aldo Palazzeschi, solo che il ruscello che lo bagna non si chiama Bo.

 

Accoccolato a levante ai piedi delle colline Ripostelle e Timponi Ferri, dal fondo valle e da Amantea risulta invisibile, né del resto verrebbe voglia di cercarlo all’ignaro viaggiatore, distratto da una vista di singolare fascino.

“Tre casettine…un verde praticello, un esiguo ruscello…un vigile Cipresso. Microscopico paese, è vero, paese da nulla…c’è sempre disopra una stella, una grande magnifica stella, che occhieggia con la punta del cipresso. Chi sa se nemmeno ce l’ha una grande città”.

Palazzeschi descrive un paesaggio immaginato dalla fantasia di un fanciullo. Rio Bo è davvero un piccolo paese, con poche case, un fraticello, un ruscello con un alto cipresso che fa da sentinella al villaggio. Le case hanno i tetti spioventi. Sopra questo piccolissimo paese c’è sempre una stella che di notti sembri che giochi con la punta del cipresso: questa è una stella davvero splendente e innamorata di questo paese così minuscolo ma bello che non la possiede neanche una grande città. La vita in questo paesello si svolge serena e tranquilla, fatta di cose piccole e semplici. Non c’è il rumore e il frastuono delle grandi città, non c’è confusione. Tutto si svolge regolarmente.

 

Anche San Pietro in Amantea è un paesino minuscolo ma bello e tranquillo e il nostro caro poeta scomparso Giacomino Launi nella poesia “U paise miu” ce lo descrive proprio così, con “nu truppiellu’e case anniricate”. Le case, è vero, sono quattro casette “ncapu ‘nu cozzariellu, ammunzellate”, attaccate le une alle altre, la maggior parte ad un piano.

Sembrano le casette di Natale. Porte e finestre quasi uguali, con una scalinata esterna. L’altro poeta vivente, il caro amico e collega Michele Sconza Testa, lo descrive come un antico paese, “ameno luogo di quiete serena” che “s’erge silente sul lieve pendio di un verde colle”. Il verde colle è Timpone Ferri che ogni tanto, d’estate, qualche sciagurato cerca di distruggerlo. Le case sono antiche, imbrunite dal tempo che ci ricordano passioni, letizie, eventi e il triste abbandono dell’emigrante, che spinto dalla fame e dal bisogno, dovette abbandonare i propri affetti. E sul campanile della vecchia chiesa una rude campana riempie la quiete del borgo di soavi note. A sera si sentono i canti degli uccelli e uno zeffiro mite che dolcemente spira e allieta, ristora e rallegra i cuori dei pochi residenti.

 

Nella grande piazza principale, una delle più belle e più grande della Calabria, non c’è un cipresso ma un albero maestoso che fa da sentinella al paese le cui chiome verdi si scorgono da lontano. Al di sopra di questo albero secolare ( ha 1016 anni) c’è davvero sempre una stella che occhieggia con le punte dell’albero e sembra che voglia guidare il viandante o il pellegrino verso la Chiesa della Madonna delle Grazie.

Anche San Pietro in Amantea è un paesino sperduto come Rio Bo e, malgrado ciò, ci sono molte validissime ragioni per venirlo a visitare. Offre panorami unici, incantevoli, scorci di rara bellezza. E’ un paesino collinare dove si sta proprio bene, l’aria è buona ( tantissimi anni fa molti cittadini di Amantea venivano ad estivare nel nostro paese ), il vino ottimo ( ne sanno qualcosa i veri intenditori e quelli che frequentavano le cantine da Chiazza e da Taverna), la gente cordiale e affabile, le strade pulite. Tantissime persone si innamorarono di questo borgo antico e lo scelsero per i loro soggiorni estivi. D’estate è bello fare magnifiche passeggiate lungo la vecchia strada statale fino alla Contrada Cannavina, C’è un panorama mozzafiato. Amantea sembra essere sotto i tuoi piedi. Si vede un mare azzurro intenso e durante le giornate limpide si vedono il Vulcano Stromboli col pennacchio di fumo, Lipari, Panarea, Alicuti e Filicuti e certe volte finanche l’Etna. Se poi qualcuno desiderasse fare lunghissime passeggiate tra le campagne e tra i boschi, magari in cerca di frutta fresca e di notevoli attrazioni naturalistiche, consigliamo la passeggiata lungo la strada comunale S. Pietro- Sant’Elia, regolarmente asfaltata. E in ultimo vi consiglio di visitare San Pietro in Amantea specialmente nei mesi estivi perché vi si svolgono tantissime feste e sagre paesane. San Pietro in Amantea è un paese di spiccate tendenze festaiole. Si comincia con le feste organizzate dal Bar della Piazza nel mese di giugno, con la grande festa della Madonna delle Grazie dell’1 e 2 luglio. Il 23 e 24 luglio con la festa di Sant’Elia nella omonima contrada. E poi il 12, 13, 14 agosto con le varie sagre paesane e col caratteristico ballo del “purcelluzzu”. Il 23 e 24 agosto con la festa del nostro Santo Patrono San Bartolomeo Apostolo. Una volta si svolgeva una grande fiera di merci e bestiame frequentata da tanti commercianti provenienti da altre provincie. E infine il 28 e 29 settembre con la festa di San Michele Arcangelo nella Contrada Gallo. Cibi genuini in abbondanza e carne di maiale nero allevato con cura dai contadini del luogo. Il tutto innaffiato da un ottimo e genuino vino locale.

 

Il centro storico e le contrade si prestano per una visita attenta e debitamente “slow”, le cose da vedere e da gustare sono tante.

Intanto, amici lettori e carissimi “Mantioti”, segnatevi la ragione ultima e vera per la quale vi sto dicendo tutto questo: dal 22 giugno u.s. potrete visitare ed ammirare la vecchia casa di Don Achille Lupi in Via del Popolo riconvertita in centro sviluppo innovazioni gastronomia calabrese e la vecchia chiesa di San Bartolomeo Apostolo nella omonima Via in parte distrutta dal terremoto del 1904 e riconvertita in sala polifunzionale e centro espositivo arte orafa calabrese. Ma speriamo al più presto potrete visitare e ammirare, restando a bocca aperta, Il Museo delle Comunicazioni in Contrada Muglicelle, a 500 metri dal centro abitato, lungo la vecchia statale e prima della Variante, voluto ardentemente e realizzato con enormi sacrifici, malgrado le alterne vicende, dal dinamico e intraprendente Frate Francescano Padre Pio Marotti, Parroco di San Pietro in Amantea.

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Che nessuno tocchi San Pietro. Si comprende benissimo quanto Francesco Gagliardi ami il”suo” San Pietro in Amantea, se coglie, come nel caso, ogni occasione per tutelarlo.

(Foto Simone Vairo)

 

Questa volta approfitta della “Grotta dei desideri” per richiamare alla nostra attenzione il Centro diurno per i diversamente abili di San Pietro in Amantea, chiuso dai NAS, lui sostiene, come leggerete, “per un puro cavillo burocratico”.

Francesco sostiene che sia stato chiuso perché “secondo i NAS era stata cambiata la destinazione d’uso”. Poi, conclude, che il centro è chiuso da 5 anni.

Possibile ci chiediamo e gli chiediamo che in 5 non si sia potuto risolvere questo problema burocratico? O c’era e c’è altro, Ciccio?

Ma eccovi la sua bellissima lettera aperta :

“Il 4 agosto u.s. si è svolta in Amantea nel bellissimo e suggestivo “Parco della Grotta” la 12ma Edizione “Grotta dei Desideri”.

 

Ospite della serata l’affascinante Anna Falchi.

Presentatore impareggiabile ed elegantissimo il giornalista Ernesto Pastore che è poi l’ideatore di questa riuscitissima annuale manifestazione che quest’anno ha visto sfilare bellissime modelle che hanno indossato abiti abilmente confezionati per l’occasione da ben 25 stilisti provenienti da ogni parte d’Italia.

Ai primi tre classificati, ad Anna Falchi e ad un’altra attrice che non ricordo il nome, sono stati dati in dono vini pregiati della nostra terra di Calabria ed una bellissima targa ricordo con un disegno fatto a suo tempo da un ragazzo che frequentava il Centro diurno per i diversamente abili di San Pietro in Amantea, ora chiuso per un puro cavillo burocratico.

 

Il Centro si trova in località Terramarina in Via Quattro Canali ed è stato chiuso a marzo del 2011 perché secondo i NAS era stata cambiata la destinazione d’uso.

Per una semplice pastoia burocratica un centro all’avanguardia è stato chiuso malgrado le vibrate proteste dei ragazzi che frequentavano con profitto il Centro, dei genitori dei ragazzi, del Sindaco di San Pietro in Amantea, dei Sindaci del circondario e dell’allora Direttore del Distretto Sanitario di Amantea dott. Tullio Lupi.

Nel mese di marzo del 2012 davanti ai locali del Centro c’è stata finanche una vibrata protesta ripresa e trasmessa dal TG3 Calabria.

Ecco cosa ha scritto il giornalista Ernesto Pastore sulla “Gazzetta del Sud” dell’8 marzo 2012.-

La protesta silenziosa in difesa del Centro diurno. I diversamente abili combattono per riottenere le “ali per volare”.

I genitori, i sindaci del comprensorio, gli operatori sanitari, ma soprattutto gli stessi disabili si sono ritrovati davanti al presidio assistenziale per gridare il proprio dissenso e pressare le istituzioni regionali ed i giudici del Tribunale Amministrativo ad affrontare la questione e a pronunciarsi per la riapertura della struttura-.

 

Sono passati 5 lunghi anni e il Centro è ancora chiuso.

Le istituzioni regionali insensibili al grido di dolore dei ragazzi tacciono e non vogliono affrontare la questione per la riapertura della struttura.

Il giornalista Ernesto Pastore, che si è sempre prodigato per l’apertura del Centro, anche quest’anno in occasione della Serata di Gala “Grotta dei Desideri” ha affidato ad Anna Falchi come del resto fece lo scorso anno con Valeria Marini e con la giornalista sportiva RAI Sig.ra Peroni, ospiti d’onore della riuscita manifestazione, di farsi carico del problema perché le istituzioni, ancora una volta, latitano e restano insensibili di fronte alla categoria dei più deboli.

 

Caspita! Questa è disperazione vera.

Affidarsi ad una giornalista sportiva e a due soubrette della televisione per risolvere il problema è davvero un fatto eccezionale.

Vuol dire che le nostre istituzioni del Comprensorio di Amantea non sono capaci di nulla.

di Francesco Gagliardi”

Il Centro Diurno oggi

 

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Eccovi l’ultima fatica di Francesco Gagliardi San Pietro in Amantea –Usanze – Tradizioni – Mestieri di altri tempi – Calo demografico– Paese in lenta agonia.

 

 

 

Sarà presentato prossimamente il nuovo libro scritto dal maestro Francesco Gagliardi: San Pietro in Amantea, Usanze-Tradizioni-Mestieri di altri tempi- Calo demografico- Lenta agonia. In questo libro Francesco Gagliardi racconta la storia come tanti suoi paesani hanno vissuto la loro lontana giovinezza in un contesto culturale e produttivo ormai scomparso e cancellato dalla tecnologia. La loro esperienza non esiste più. Essi potranno ritrovare una realtà completamente differente, che non possono riconoscere, poichè è estranea al loro concreto passato. Il maestro Gagliardi in questo suo ultimo libro ha saputo concretamente costruire il ricordo della loro immaginazione con la più appassionata speranza e di rendere vive ancora delle esperienze lavorative che non esistono più e che costituiscono il sofferto rammarico di non poterle rivivere. Ti fa gustare la gioia di una vita che il cosiddetto progresso ha cancellato persino dalla memoria. Ad abbellire le molteplici e varie situazioni fanno bella mostra di sè delle fotografie a colori, che ritraggono e illustrano la visione e il contenuto delle molteplici e diverse problematiche trattate.

Ed eccovi la Introduzione di Domenico Ferraro

“E’ vero! La situazione sociale e antropologica nei paesi della Calabria è vissuta nella più sofferta solitudine. L’abbandono è reale. San Pietro in Amantea ne può rappresentare la loro più completa esperienza. La povertà è stata lo stimolo a ricercare il benessere in paesi lontani.

Il ritorno non è facile per tutti. Solo i più fortunati possono d’estate partecipare alle feste patronali. La maggioranza sogna un ritorno immaginario. I giovani sperano di coronare il desiderio e la curiosità di conoscere la località di provenienza dei propri genitori. San Pietro in Amantea può costituire il simbolo disperato di una Calabria, che vive sparsa nel mondo, estranea alla cultura della nuova residenza, ma sospinta a vivere nell’immaginazione la tradizione antropologica, che ne forma la sostanza e lo spessore della loro personalità.

L’autore ha saputo costruire il sogno di tanti suoi conterranei. Anche lui ha sperimentato la sofferenza dell’emigrante. Ma,poi, ha avuto la fortuna e il desiderio struggente del ritorno e l’ha potuto realizzare.

In questo libro racconta la storia come tanti suoi paesani hanno vissuto la loro lontana giovinezza in un contesto culturale e produttivo ormai scomparso e cancellato dalla tecnologia. La loro esperienza non esiste più. Essi potranno ritrovare una realtà completamente differente, che non possono riconoscere, poiché è estranea al loro concreto passato. Gagliardi ha saputo concretamente costruire il ricordo della loro immaginazione con la più appassionata speranza e di rendere vive ancora delle esperienze lavorative, che non esistono più e che ne costituiscono il sofferto rammarico di non poterle rivivere. Ti fa gustare la gioia di una vita, che il cosiddetto progresso, ha cancellato persino dalla memoria.

Per ricordare il passato, si sofferma a descrivere gli antichi mestieri, i valori tradizionali, i costumi della gente, i comportamenti nei rapporti sociali, le caratteristiche degli attrezzi di lavoro. Tratteggia la fisonomia e la personalità dei protagonisti. Aleggia sui ricordi un alone di nostalgia e di appassionata poesia. Ti fa vedere la vita di tutti i giorni come viene impiegata. Ti conduce per mano a rivedere come si svolgevano i mestieri, i vari e molteplici lavori artigianali ed agricoli, come producevano gli oggetti d’uso, gli strumenti di lavoro, attrezzi d’ogni genere e specialità. In questi impegni intravedi una vivace attività lavorativa, che costituiva l’essenza stessa della loro sofferta esistenza. La vitalità del ricordo è realizzata attraverso la conoscenza diretta di ciò che rimane della cultura materiale e del dialogo delle persone anziane.

Ti accorgi come l’autore vive il tempo decorso con nostalgia, pregna di tanta poesia. La descrizione degli ambienti è minuziosa, particolareggiata. Non sfugge alla sua attenzione l’impegno degli operatori. Hai l’impressione che nella descrizione ti faccia rivivere gli attimi di quelle esperienze. Anche lui pregusta il passato con nostalgia, poiché ha la memoria di ricordare in modo specifico e preciso le persone, il loro soprannome, il loro linguaggio,il loro modo d’essere, le caratteristiche della loro personalità. A lui non sfugge nulla che possa essere interessante. Ti fa immergere in una realtà, che diventa immaginazione, sospiro, desiderio. Rivivi con lui la ricostruzione di una esperienza concreta esistenziale, che non esiste più. Ma il solo ricordo ti catapulta in un mondo dove tutto è creazione personale, è intelligenza viva, è attuazione fantasiosa, oggi inimmaginabile. Tutto era espressione della propria personalità. Rivivi gli antichi lavori delle donne in casa, in campagna, nei boschi. Percepisci come l’autore partecipi alla descrizione della vita decorsa con la nostalgia di chi la ripercorre idealmente con vivacità di pensiero, di desiderio sofferente. Egli ne esalta la bellezza e si rammarica che il progresso l’abbia distrutta.

Il realismo descrittivo lo sospinge ad individuare le persone non solo con il loro nome e cognome, ma, anche, con la caratteristica specifica con cui erano conosciuti da tutti i compaesani. Ne risultano personalità straordinarie, non solo per quello che facevano, che operavano,ma,anche, per la caratteristica del loro comportamento, del loro atteggiamento, del loro linguaggio. Tutti sono descritti e presentati con meticolosità e chiarezza fotografica, di modo che si ha un ambiente paesaggistico e una comunità di personalità sui generis.

Francesco Gagliardi possiede la capacità linguistica di vivificare e vivacizzare attività e mestieri artigianali, che l’industrializzazione ha distrutto completamente e definitivamente. Sono state cancellate dal maldestro progresso lavori, che costituivano non solo l’impegno produttivo delle persone, ma, anche, lavori artistici che l’uomo del passato ha saputo costruire con la sua arte artigianale. Oggi, sono ammirati come vere opere d’arte di finissimo pregio e di valore inestimabile e molti di essi sono sospiratamente ricercati come testimonianza della vita passata o come reperti di cultura materiale conservati nei musei. L’autore descrive con precisione ogni piccolo risvolto di un lavoro, di una attività, degli attrezzi utilizzati, te ne fa vedere i modi come è stato realizzato, la materia di cui è composto, l’uso che se ne faceva. Da tutto ciò si evince anche la psicologia dell’autore, l’interesse che l’ha spinto a produrre un suo manufatto. Vedi in ciò tutto un trascorso, che non si potrà più ripetere. La nostalgia, che percepisci, ti sospinge ad immaginare una realtà che fu storia vera, che non si potrà più riattuare, poiché l’uomo e la sua vita non possono essere riciclati. Il riconoscimento delle persone avviene mediante un nomignolo, che ricorda la loro specifica caratteristica lavorativa, oppure la personalità che esprimevano nella vita sociale dell’ambiente o nel modo espressivo del loro linguaggio. Gagliardi ti rappresenta i suoi compaesani come effettivamente e realmente erano, come vivevano, come parlavano, come agivano. Li fotografa con un linguaggio pittorico, che, oggi, non ritrova riscontri. Inoltre, percepisci la gioia di presentarti un mondo, che lui ha personalmente sperimentato o ha scrupolosamente osservato attraverso il racconto degli anziani o dei suoi antenati. Il passato, così, rivive nel presente, anche se esprime tristezza e melanconia di una convivenza profondamente umana,fatta di rapporti, d’interessi reciproci, di lavori faticosi di tutta la comunità. Ma realizzati con l’entusiasmo e la passione di chi crea ed attua una propria necessità vitale. Vive l’intensità di una esistenza sociale in tutti i suoi risvolti belli e brutti. Non sono esclusi le rivalità, le gelosie, i comportamenti non sempre esprimenti correttezza, ma descritti sempre con fedeltà e precisione di linguaggio.

Gagliardi, anche in questa presente fatica letteraria, ha la capacità di rendere attuale un passato, che rappresenta la storia di noi tutti meridionali e non solo la vita decorsa del suo paese e la sua esperienza personale. Attraverso l’esistenza, i costumi, i valori e le tradizioni di una comunità, si scrive la storia del progresso umano, tecnologico e l’emancipazione di una popolazione, che dal lavoro agricolo manuale, ha raggiunto un significativo benessere.

Il conoscere e il sapere come una volta si viveva e si pensava c’insegna ad apprezzare il nostro presente e a ricordare come eravamo e come il progresso materiale, in modo lento avvince le comunità umane. La descrizione, che Gagliardi fotografa, esprime non solo il ricordo di un costume di vita, ma, anche, la storia di un passato, che ha originato la realtà presente. Egli ha il merito di scrivere non come gli intellettuali di professione, che costruiscono le loro opere attraverso la ricerca e la consultazione di altri trattati similari. Egli,invece, utilizza il vissuto reale come testimonianza delle sue opere, che indicano i comportamenti, i costumi, il linguaggio espressivo e comunicativo. La sua storia assume l’originalità creativa di cui riesce a trasformare il vissuto dei costumi, i valori ideali e le tradizioni avite in linguaggio descrittivo, in pitturazione policromatica e in poesia vivente.

Ad abbellire, inoltre, le molteplici e varie situazioni fanno bella mostra di sé delle fotografie a colore, che ritraggono e illustrano la visione e il contenuto delle molteplici e diverse problematiche trattate. Il suo linguaggio, le sue espressioni, le sue descrizioni assumono una dimensione più complessa e più veritiera della realtà, che riflettano e descrivono. In ciò consiste la bellezza dell’arte comunicativa di Gagliardi. La facilità del linguaggio, sempre aderente alle situazioni, che rappresenta, facilitano la comprensione dei fatti narrati e ne costituiscono la verità storica.

La conoscenza delle nostre tradizioni culturali antropologiche, i comportamenti morali, gli ideali valoriali umani contribuiscono a comprendere la complessità delle problematiche decorse e a individuare i processi, che stimolano l’andamento dell’evoluzione: il passato esiste solo se si accorda con le esperienze del presente e del futuro.

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Questa estate 2016 sarà ricordata a lungo per le stragi dell’Isis che hanno insanguinato le piazze, le vie, i supermercati, le chiese della nostra cara e martoriata Europa.

L’ultimo atto terroristico si è verificato alcuni giorni fa in un paesino al nord della Francia e per giunta in una chiesa cattolica.

Il tragico attentato è costato la vita ad un anziano sacerdote che aveva terminato di celebrare la Santa Messa.

I terroristi islamici, fino ad ieri, avevano colpito un giornale satirico, un supermercato ebreo, uno stadio, un teatro di musica giovanile, un caffè, un aeroporto, una stazione di metrò, una festa in piazza, un festival di musica, ma mai si erano avventurati in una chiesa profanandola ed uccidendo un sacerdote.

Ora basta.

Questo vile attentato in una chiesa cattolica in Europa con un sacerdote che si rifiuta di inginocchiarsi e poi sgozzato come un capretto ci ha fatto finalmente capire che siamo davvero in guerra e che coloro i quali cercano ancora di minimizzare l’accaduto e che parlano di gente isolata, di disperati, di pazzi, sbagliano e mentiscono sapendo di sbagliare e di mentire.

Non ha più senso parlare di gesti isolati.

Sono azioni ben pianificate ed organizzate.

Ma in tanti, purtroppo, non lo vogliono capire.

Alle migliaia di martiri cristiani che la chiesa cattolica annovera si è aggiunto ora un vecchio prete sgozzato nella sua chiesa davanti ai suoi parrocchiani da parte di islamici.

Da molto tempo, ormai, siamo stati abituati ad ascoltare le storie orribili che provengono dall’Asia e dall’Africa: persecuzioni, torture, carcerazioni, chiese bruciate.

Quanti cristiani sono stati costretti alla fuga? Quanti sono stati costretti ad abbandonare le loro case, i loro affetti, i loro paesi?

Quelli che si sono rifiutati di rinnegare la propria fede, di rinnegare Gesù sono stati barbaramente uccisi.

Ma sono cose orribili che si verificano in paesi lontani e le notizie orribili trasmesse dalle televisioni non muovono più le nostre coscienze.

Abbiamo cercato sempre di minimizzare. Queste tragedie non possono accadere qui da noi.

Ora, però, nel luglio del 2016 sono accadute nella cattolica Francia a noi molto vicina non solo geograficamente.

Per la prima volta in questo secolo è stata attaccata una chiesa cattolica e sgozzato un sacerdote perché occidentale, ma principalmente perché infedele, cioè un cristiano praticante. Il messaggio è chiaro: Vogliono portare la persecuzione dei cristiani in Europa, in casa nostra, nelle piazze, nelle discoteche, nelle chiese. Hitler e le SS, malgrado tutti i massacri e i crimini commessi, non hanno mai oltrepassato le porte delle chiese e dei conventi durante i rastrellamenti degli ebrei.

Non hanno mai violato la casa di Dio.

Ora è giunto davvero il momento di aprire gli occhi. L’Islam è una minaccia per l’Europa, è un pericolo per l’unità del mondo occidentale.

I cristiani dovrebbero rendersi conto delle differenze radicali esistenti tra l’Islam e il cristianesimo. Si può convivere con l’Islam?

Chi dice di sì non conosce l’Islam e non ha mai letto il Corano.

Francesco Gagliardi

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