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Calenda a Renzi e Zingaretti: «Se fate l’accordo con i 5S me ne vado e fondo un altro partito»

Prima ha dato a Renzi del ridicolo e dell’incapace.

Poi ha ironizzato sulle parole contraddittorie dell’uomo degli 80 euro.

Carlo Calenda va di nuovo all’attacco.

Promette fuoco e fiamme.

In un’intervista al Foglio, dichiara che se il Pd si accorderà con i Cinquestelle, lui non resterà fermo.

Non sarà inerme.

Quel matrimonio non s’ha da fare, è contro natura.

Se Renzi e Zingaretti decideranno di farlo, le conseguenze saranno pesanti.

«Vorrà dire», afferma Calenda, «che il Pd avrà definitivamente abdicato alla rappresentanza del mondo liberaldemocratico. E io non lo accetterò».

La reazione di Calenda alle strategie messe in campo del Pd è durissima.

«A quel punto fonderò un nuovo partito», annuncia. «Sarà infatti inevitabile lavorare a una nuova forza politica.

Va rappresentato un mondo rimasto orfano».

E proprio al riguardo puntualizza un concetto non da poco: il neopartito non sarebbe assolutamente in appoggio al Pd.

«Il Partito democratico avrà perso ogni credibilità dell’Italia seria, che lavora, studia e produce».

Calenda ha poi spiegato che l’obiettivo è quello di mettere su «un’offerta per i cittadini preoccupati dall’evidenza che nella prossima legislatura, in caso di elezioni, ci sarà un blocco M5s-Pd contrapposto a una destra estremista». In sostanza, non è possibile andare avanti con l’inciucio.

E unire Di Maio e Renzi.

Pubblicato in Italia

grillo2019Sei un mafioso oppure lavori in nero, se non vuoi il reddito di cittadinanza. Così parlò Grillo al Politeama di Catanzaro all’inizio del suo show “Insomnia”. Amici carissimi, l’altro giorno ho pubblicato un articolo dal titolo: Schizzi di fango contro Matteo Salvini. Peppe Grillo, il guru, il giullare, il comico, il politico, il garante del Movimento 5 Stelle, a Lecce aveva attaccato volgarmente Salvini e Renzi. Non aveva risparmiato nessuno. Questo volgare attore ormai ha fallito non solo come comico ma anche come politico. Le risate una volta si sprecavano, ora sono tiepide e a comando. E il vaffan….., quello slogan volgare utilizzato contro i suoi avversari politici, ora è diventato un invito esplicito rivolto a chi ne fece una bandiera. Ieri si è esibito in Calabria e ha fatto sapere ai suoi che erano in platea ad applaudirlo che i calabresi non vogliono il reddito di cittadinanza. E sapete perché? Perché sono mafiosi o lavorano in nero. E c’è stato pure qualcuno che ha riso a questa battuta di cattivo gusto e che ha battuto finanche le mani. E lo ha detto non in privato, ma in pubblico, dal palco del Politeama di Catanzaro dove è andato in scena il suo show “Insomnia”. Le sue affermazioni, come era previsto, hanno ovviamente scatenato una bufera. Il Consigliere regionale Tallini di Forza Italia così ha risposto a Grillo:- Ci sarà un motivo se c’è un crollo verticale nei sondaggi per un ex movimento diventato politico. Meditino i calabresi che un anno fa hanno assegnato ai 5 Stelle il 40% dei voti. Anzi hanno già riflettuto, a giudicare dal teatro semivuoto che ha accolto il re dei ciarlatani-. Si vede che i catanzaresi onesti e laboriosi abbiano preferito la partita di Champions League della Juventus contro l’Atletico Madrid trasmessa in televisione. Ma se i catanzaresi presenti allo spettacolo avessero letto il libro “Cuore” di Edmondo De Amicis e il racconto mensile “Il piccolo patriota padovano”, sono sicuro che al Grillo gli avrebbero tirato addosso non solo i mandarini ricevuti in omaggio ma anche le monetine. “Voleva dir ladro ma non poté finire la parola: una tempesta di soldi e di mezze lire si rovesciò sulle loro teste e sulle loro spalle -. “Ripigliatevi i vostri soldi – disse con disprezzo il ragazzo, affacciato fuori dalla tenda della cuccetta; - io non accetto l’elemosina da chi insulta il mio paese -. Altri tempi, altri luoghi, altri personaggi.

Pubblicato in Calabria

Renzi continua farne una dopo l’altra.

La prima: Dice che in Andalusia la sinistra è andata malissimo e si chiede se la colpa non sia anche lì del suo carattere.

La seconda dice che «Quelli che ce l’hanno con Macron sostengono i gilet gialli, io sto invece con Macron e la legalità»

La terza per smentire di voler fare un partito con Berlusconi: «Il Cavaliere non mi ha mai votato la fiducia, cosa che ha fatto con Monti e persino una volta con Gentiloni».

La quarta fa disperare Marco Minniti che si arrabbia delle giravolte renziane

Ma ecco cosa dice il Corriere della Sera:

“Pd, Minniti dà l’ultimatum all’ebetino: “O fai sul serio o non mi candido più”

«Basta, se è così non mi candido più»: poche parole ma esaustive che Marco Minniti manda come un messaggio non proprio d’amore a Matteo Renzi.

L’ex ministro dell’Interno è veramente arrabbiato. Non ne può più delle giravolte renziane: «O sei con me o sei contro di me».

Tradotto: o fai il nuovo partito, e allora io cedo il passo, o vai avanti con me.

«Marco è proprio incavolato», ammettono quelli del giro stretto renziano.

E poi si interrogano: «E adesso, che facciamo?».

Poi si rispondono da soli in questa giornata convulsa: «Faremo di tutto per arrivare all’obiettivo della candidatura di Minniti».

La risposta dei pd che stanno lavorando per l’ex ministro dell’Interno non è confortante: «Non è che possiamo continuare con una parte di renziani che si impegnano sulla candidatura di Marco, o almeno dicono di impegnarsi, e lui, Renzi, che ci dice “buon lavoro” e poi si impegna a creare comitati civici, fa girare, non smentita, la voce che sta facendo un nuovo partito.

E insomma, così un congresso non lo si vince di certo».

C’è anche stato un colloquio telefonico tra Renzi e Minniti: il secondo ha chiamato il primo per tentare di chiarire la questione. Alla fine di quella chiacchierata a Minniti è rimasto l’amaro in bocca: «Matteo non prende impegni, continua con questa storia dei comitati», ha sbuffato allargando le braccia e alzando le spalle.

A quel punto è cominciata a circolare l’ipotesi concreta e realistica di un disimpegno, dapprima nei termini «ci starebbe pensando», dopo sempre più concreta, alle porte, ad horas.

Non solo. Minniti disdice tutti gli appuntamenti della giornata (era atteso a Bergamo e a Brescia). Panico tra i renziani che hanno deciso di appoggiare la sua candidatura come segno di continuità del «riformismo renziano dentro il Pd», come ripete spesso Lorenzo Guerini. Tanti altri renziani, invece, hanno maturato l’idea che questo Pd sia ormai un guscio vuoto, più un qualcosa da archiviare che far rinascere.

Sullo sfondo c’è la questione europea, nel senso delle elezioni. Renzi non ha alcuna intenzione di andare nelle file di un Pse dato ormai in caduta libera: in settimana sarà a Bruxelles con Sandro Gozi, il teorico dell’andare oltre il Pd per vedere di stringere alleanze con le forze di stampo macroniano. Nella sua e-news, Renzi fa due passaggi significativi. Primo: in Andalusia la sinistra è andata malissimo, «sarà mica colpa anche lì del mio carattere?». Secondo: «Quelli che ce l’hanno con Macron sostengono i gilet gialli, io sto invece con Macron e la legalità». E in chiusura, Renzi affida il suo pensiero a una decina di righe per smentire di voler fare un partito con Berlusconi: «Il Cavaliere non mi ha mai votato la fiducia, cosa che ha fatto con Monti e persino una volta con Gentiloni». Smentisce il partito con Berlusconi, ma non che ne voglia fare uno comunque, distinto e magari distante dal Pd.

La decisione, Renzi o non Renzi, Minniti non l’ha ancora presa.

Forse la sola minaccia di desistere potrebbe servire a dare una scossa ai renziani «fermi sulle gambe», come ha detto Veltroni.!

Pubblicato in Italia

(themeticulous. altervista.org) – Come le lumache, Matteo Renzi con le piogge pre autunnali ha tirato fuori il capino e ha arringato a Ravenna le folle (si fa per dire) alla festa nazionale dell’Unità (una nemesi) e poi ha preso il microfono di Rai 3 (Agorà) per denunciare: «Abbiamo un governo di ladri perché la Lega ha rubato i soldi degli italiani e di bugiardi perché Danilo Toninelli sta mentendo tutti i giorni agli italiani». Segue minaccia: «Chi tace è complice, io raddoppio il mio impegno politico». L’ex premier ripete come un mantra: Matteo Salvini ha rubato 49 milioni.

C’è da capirlo: per lui fare un bagno di realtà è impossibile. Non perché sia un mentitore compulsivo, no: è perché non si rende conto. Lo hanno sancito i giudici dell’appello contabile. Riformando una sentenza della Corte dei Conti fiorentina, che riteneva il nostro responsabile di aver assunto irregolarmente Marco Carrai (l’alter ego dell’ex segretario dem) nel suo staff alla Provincia di Firenze, lo hanno assolto perché Renzi «non è un addetto ai lavori e non è in grado di percepire l’’illegittimità del proprio operato».

La sentenza è del 4 febbraio 2015 mentre il ragazzo di Rignano siede a Palazzo Chigi, e sarà sempre per la sindrome da «non addetto ai lavori» che non s’accorge il 23 novembre seguente di pagare 107 milioni di euro (lievitati a 110) a Unicredit, Intesa San Paolo, Bnl e Banca Popolare a saldo dei decreti ingiuntivi per i crediti che vantano nei confronti dell’Unità, lo storico quotidiano prima del Pci poi del Pd.

Paga di tasca sua Renzi? Ma neanche per sogno: una legge varata nel 1998 da Romano Prodi e poi estesa nel 2000 da Massimo D’Alema pone a carico dello Stato i debiti dei Ds, diventati nel frattempo Pd. Quando si dice che a cambiare nome ci si guadagna. Cosa che La lega potrebbe fare e che per ora Matteo Salvini non fa anche, se c’è il vantaggioso precedente degli amici e compagni dell’altro Matteo.

I 107 milioni di euro che l’allora presidente del Consiglio e segretario dem pagò erano soldi dei contribuenti italiani: ci sarebbe un altro debito da 18 milioni di euro verso la Sga (è una società pubblica che aveva anticipato denari al giornale del Pd) che però si dimentica di riscuotere.

I 49 milioni della truffa sui rimborsi elettorali contestata alla Lega sono meno della metà dei denari pubblici che Matteo Renzi attinge per evitare che il Pd debba sborsarli, perché nel 2015 il partito è ancora socio al 19,5 per cento della società che edita il giornale.

Sull’Unità l’ex premier ha fatto di tutto e attorno all’Unità è successo di tutto. Ma Renzi non se lo ricorda: è la sindrome da non addetto. A fare un po’ di conti le magnifiche sorti e progressive del quotidiano un tempo comunista sono costate al contribuente italiano, dal 1990 al 2107, anno della definitiva chiusura regnante il ragazzo di Rignano, 265 milioni tra contributi pubblici all’editoria (l’Unità è il giornale che ne ha ricevuti di gran lunga di più) e i 10 milioni che l’allora presidente del Consiglio ha versato alle banche. A questi soldi andrebbero aggiunti i generosi finanziamenti che Cesare Geronzi, gran capo di Banca di Roma e vicino a Romano Prodi, elargiva ai Ds e alla Margherita oltre ai soldi che versava come socio dell’Unità e le generose mance del Monte dei Paschi di Siena che oggi i contribuenti pagano ripianando l’enorme debito della banca senese.

Nel1996 il Pds, che diventerà Ds, era esposto con Banca di Roma per oltre 4oo miliardi di lire! Ma nessun giudice se n’è mai interessato. Sui contributi elettorali spariti c’è stata solo un’inchiesta corposa: quella sul tesoriere della Margherita Luigi Lusi accusato e condannato per aver occultato 25 milioni della costola ex De del Pd. La fattispecie è del tutto sovrapponibile al caso Bossi-Lega, ma quando c’era di mezzo il partito di Francesco Rutelli i giudici sbatterono in galera Lusi (7 anni in appello), ma restituirono tutti i soldi alla Margherita che fu considerata parte lesa, nonostante all’epoca della sentenza fosse un partito morto.

A dirla tutta tra Renzi e Salvini sui quattrini ci sono almeno due differenze: Salvini dei 49 milioni della Lega non ha alcuna responsabilità, Renzi dei soldi dell’Unità era politicamente responsabile e almeno 22 di quei 110 milioni sono andati a vantaggio del «suo» Pd, che peraltro ha già accumulato un ulteriore buco di oltre 10 milioni che non sa come pagare. Se le bugie hanno le gambe corte, le esternazioni di Renzi come le lumache le gambe non ce le hanno proprio!

Chi tutto sa di conti e debiti è un ex senatore del Pd, ma comunista nel dna, diventato una specie di figura mitologica: Ugo Sposetti. Nativo di Tolentino, Marche, terra di esattori pontifici, comincia la carriera da ferroviere a Viterbo dove diventa prima funzionario poi plenipotenziario del Pci della Tuscia. Comincia a occuparsi dei conti del partito col governo Prodi ed è lui a suggerire la legge che obbliga lo Stato a pagare i debiti dei giornali di partito. Sa già che bisogna scaricare sull’Unità gran parte del peso finanziario che grava sui Ds. Nel 2001 quando diventa tesoriere dei Ds – ama anche dell’Ulivo prodiano – la situazione è pesante: sono oltre 580 milioni di esposizione bancaria. Quando nasce il Pd, nel 2007, Margherita e Ds scelgono la separazione dei beni. La Margherita è povera ma libera da pendenze, i Ds invece hanno un immenso patrimonio immobiliare, ma sono strozzati. La situazione è questa: 580 milioni garantiti da ipoteche sugli immobili. Il pool di banche creditrici (Mps, Unicredit, Intesa via Carisbo, Popolare di Lodi, Mediocredito, Bnl) prima accettano di rifinanziare a tasso agevolato un mutuo da 120 milioni (dovrebbe scadere quest’anno), poi discutono con Unipol un piano di parziale rientro. Vengono venduti la sede storica di via delle botteghe Oscure e 140 immobili e grazie alla cartolarizzazione tutto il patrimonio immobiliare diventa libero da ipoteche.

Sposetti rientra per circa 340 milioni, ma ne restano 240: metà sono il famoso mutuo e metà in capo all’Unità. Sposetti inventa la Fondazione Enrico Berlinguer (di cui è tutt’ora presidente) e poi crea altre 57 fondazioni locali in cui blinda il patrimonio immobiliare residuo. Così facendo, però, azzera le garanzie pe le banche (e un giudice forse avrebbe dovuto interessarsene) e Unicredit, dove non c’è più Alessandro Profumo ma è arrivato Enrico Ghizzoni, decide di passare all’incasso. Sarà a quel punto che Sposetti dirà: «A pagare ci pensa lo Stato! L’abbiamo studiata bene. Lo avessi fatto per un privato mi avrebbe ricoperto d’oro».

Carlo Cambi – LaVerità 08/09/2018

I debiti dei Ds saldati dallo Stato

Una legge obbliga a coprire 107 milioni per i bilanci in rosso della vecchia «Unità»

di Sergio Rizzo

La la legge è legge. Così tocca ai contribuenti ripianare i debiti dei Democratici di sinistra: 107 milioni di euro, versati dallo Stato nei giorni scorsi. Mentre già infuriavano le polemiche per i tagli della legge di Stabilità alle Regioni, quel gruzzolo finiva dunque nelle casse delle banche creditrici. E non è nemmeno tutto. Mancherebbero altri 18 milioni dovuti alla Sga, società nata dieci anni fa con la funzione di recuperare la montagna di crediti dal crac del Banco di Napoli che ha ritenuto di non rivendicare quella cifra. Va detto che quei 107 milioni pubblici si trovano ora parcheggiati nei forzieri delle banche creditrici dei Ds con «riserva». Significa che pende ancora il giudizio di appello, ma le speranze che quei denari tornino indietro sono al lumicino. Il finale era scritto da tempo.

Il Corriere e Report di Milena Gabanelli avevano già raccontato come il rischio che si è materializzato fosse concretissimo. E tutto grazie a una leggina del 1998 che stabiliva l’estensione della garanzia dello Stato già vigente sui debiti degli organi di partito ai debiti del partito che si faceva carico dell’esposizione del proprio giornale con le banche. Sembrava una norma scritta su misura per il quotidiano diessino l’Unità. I Democratici di sinistra avevano generosamente deciso di accollarsi la drammatica esposizione bancaria del giornale, che stava imboccando il tunnel di una crisi durissima. Tanta generosità era tuttavia condivisa con tutti gli italiani che pagano le tasse. Visto che il partito si accollava i debiti del giornale insieme alla garanzia statale trasferita per legge dal giornale al partito. Che se non avesse pagato lui, avremmo pagato noi. Il tesoriere dei Ds Ugo Sposetti, il quale non ha mai rinnegato quella mossa assai discutibile, ce la mise comunque tutta per abbattere la montagna di debiti che sfiorava i 450 milioni di euro. Anche con l’aiuto di altre ancor più discutibili leggine approvate dal parlamento intero con rarissime eccezioni, che fecero lievitare come panna montata i rimborsi elettorali: l’ultima, quel capolavoro partorito all’inizio del 2006 che consentiva il pagamento dei contributi pubblici anche nel caso di scioglimento anticipato della legislatura, come avvenne nel 2008. L’anno in cui si consumò l’ultimo atto dei Ds, con la nascita del Pd: partito che non raccolse l’eredità economica dei due soggetti fondatori, la Margherita e i Democratici di sinistra, i quali pur defunti continuarono comunque a incamerare per tre anni cospicui fondi statali.

Non solo. L’astuta separazione dei destini economici consentì ai Ds con l’abile regia di Sposetti di blindare il patrimonio immobiliare dell’ex Partito comunista in una cinquantina di fondazioni indipendenti dal partito centrale perché emanazione delle federazioni provinciali. Ovvero, soggetti giuridici autonomi. Su questo punto la polemica con il segretario democratico Walter Veltroni raggiunse il calor bianco. Ma le sue dimissioni, rassegnate all’inizio del 2009, segnarono la fine di qualunque resistenza interna. E siamo arrivati a oggi, quando le banche creditrici, non avendo più neppure un mattone da pignorare, hanno preteso di escutere la garanzia dello Stato sui debiti residui: 125 milioni. Il giudice non ha potuto che dar loro ragione e lo Stato ha dovuto adesso sborsare 107 milioni. Va detto che non è la prima volta che succede una cosa del genere. Alla fine del 2003 avevamo già pagato i debiti dell’ex Avanti!, il quotidiano del Psi craxiano. Sia pure per una cifra più modesta: 9 milioni e mezzo. Ma allora non fu possibile ascoltare la versione del tesoriere socialista. Vale quindi la pena di riportare le dichiarazioni di Sposetti, attualmente senatore del Pd e presidente della Fondazione Ds, intervistato a maggio di quest’anno da Emanuele Bellano di Report: «Il debitore è morto. Se il debitore muore, che succede? Ci sono le norme e in questo caso un magistrato civile ha detto “guarda, signor Stato, che devi pagare tu…”». Gli chiede allora il giornalista, dopo aver ricordato la storia della legge del 1998: «È stata una mossa calcolata e strategica quello che poi è successo dopo?» E lui risponde: «Quindi che vuol dire? Che sono stato bravo! Una società mi avrebbe dato tanti soldi per fare questo lavoro…» Verissimo. Almeno quelli ce li siamo risparmiati. Ma è una ben magra consolazione.

Pubblicato in Italia

Ecco cosa scrive il buon Pino Furano:

Che il PD da quando è nato (2007), raggiungendo il massimo con Renzi, ha preso per i fondelli tutti gli elettori che lo hanno votato pensando di votare per una politica di sinistra, solo gli ingenui o quelli in malafede possono disconoscerlo!

Che il M5S, che qualche idea di sinistra sembra portarla avanti, ci prenda pure per i fondelli è ancora presto per dirlo!

Io penso che se il M5S dovesse mantenere solo la promessa che dopo due legislature bisogna ritornare alla vita normale e lavorare, compirebbe il più grande atto rivoluzionario di tutti i tempi.

Proviamo a immaginare se questa regola valesse per tutti i partiti in Italia e in tutto il mondo!

Una riforma a costo zero che aiuterebbe l’affermazione e l’esercizio della democrazia!

E non è sensato pensare che questa riforma potrebbe essere un argine alla corruzione e alla clientela?

E provate a immaginare solo per un attimo l’Italia senza corruzione e clientela!”

Sarebbe l’Eden

Pubblicato in Basso Tirreno

TERREMOTO NEL PD! Il capo della cooperativa “29 giugno” intercettato conferma versamenti diretti alla Open di Marco Carrai oltre che per le cene.

Il tesoriere: “Restituiti dopo l’arresto”

 

 

Per partecipare alla cena con Renzi “ho versato 15mila euro al Pd e 5mila alla Leopolda”. 

Salvatore Buzzi, sodale di Massimo Carminati nel Mondo di mezzo, fa il conto di quanto gli è costato sedersi a tavola a poca distanza dal premier.

Lo dice lui stesso nel corso di una telefonata intercettata due giorni dopo l’evento.

Dalle carte dell’inchiesta Mafia Capitale 2 emerge una nuova verità sulla presenza di Buzzi alla serata di raccolta fondi del Partito democratico organizzata dal segretario Matteo Renzi la sera del 7 novembre 2014 al Salone delle Tre Fontane di Roma: il ras della cooperativa 29 Giugno non ha versato solamente 10mila euro come era emerso lo scorso dicembre dalla prima ondata di arresti nella Capitale.

Non solo: oltre ai soldi al Pd spunta un nuovo versamento da 5mila euro effettuato alle casse della Fondazione Open, la cassaforte personale del premier guidata dal fidato Marco Carrai e dall’avvocato Alberto Bianchi nonché dal ministro delle Riforme e rapporti con il parlamento Maria Elena Boschi e da Luca Lotti, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’editoria e segretario del comitato interministeriale per la programmazione economica (Cipe).

Nel pomeriggio del 6 novembre Guarany telefona a Buzzi dicendogli di chiedere i dettagli della serata a Lionello Cosentino, ultimo segretario del Pd di Roma, commissariato da Matteo Orfini lo scorso dicembre. “Orario della cena e come ci sediamo?”. 

Buzzi esegue e comunica anche i nomi dei presenti: “Io, Guarany, Nanni (l’allora direttore generale di Ama, la municipalizzata romana per l’ambiente, Giovanni Fiscon, ndr)”.

Tutti e tre ora sono in carcere ma quella serata andò benissimo tanto che i tre continuarono a parlarne nei giorni successivi.

La mattina dell’8 novembre alle ore 11.14 Buzzi svela a Fiscon di aver fatto due versamenti diversi per poter partecipare alla cena: 15 mila euro al partito e 5 mila a Renzi per la Leopolda.

Oltre ai riscontri bancari dei versamenti gli inquirenti riportano il messaggio inviato a Buzzi il pomeriggio prima della cena dall’onorevole Micaela Campana con gli estremi per il pagamento al Partito democratico: “c/c intestato a Partito democratico presso: Banca Intesa San Paolo Spa Iban IT 47T0306903390680300093335 Causale: Erogazione liberale”.

Messaggio che poi Buzzi gira al commercialista Paolo Di Ninno.

Una volta ricevuto il messaggio del buon esito dell’operazione il patron delle coop dava “conferma del bonifico appena effettuato” alla stessa Campana.

Quando nel dicembre 2014 dalle carte dell’inchiesta Mafia Capitale emerse che Buzzi aveva versato 10 mila euro al Pd, il tesoriere del partito Francesco Bonifazi si era impegnato a rendere trasparenti i versamenti ricevuti alle due cene di raccolta fondi organizzate a Milano e Roma.

Dopo una settimana di insistenze da parte della stampa e di richieste di informazioni, Bonifazi comunicò che la sera del 7 novembre con l’evento nella Capitale il Pd aveva registrato 840 adesioni, 441 bonifici per un incasso complessivo di 770.300 euro per poi fare marcia indietro sull’annunciato elenco dei benefattori: “Ferma restando l’intenzione del partito di dare massima trasparenza alla cena di finanziamento esistono ostacoli oggettivi legati alla normativa sulla privacy e sulla divulgazione dei dati”.

Ora, a distanza di sei mesi e con altri 44 arresti che hanno coinvolto l’intero Pd capitolino e fatto emergere persino una richiesta di soldi diretta a Buzzi per pagare gli stipendi del partito da parte del tesoriere cittadino,Carlo Cotticelli, la necessità di trasparenza appare ancora maggiore.

La legge sulla privacy a tutela di quanti finanziano movimenti e fondazioni politiche è spesso usata come paravento per coprire i benefattori come ha detto lo stesso Renzi nelle settimane successive allo scandalo promettendo un intervento legislativo per attuare una reale trasparenza.

Il premier, del resto, conosce bene la materia considerato che dal 2007 a oggi ha avuto due associazioni (Noi Link e Festina Lenta) e due fondazioni (Big Bang e Open) attraverso le quali ha raccolto circa quattro milioni di euro e dei quali solamente si conosce la provenienza di appena il 40%.

Ma dei cinquemila euro versati da Buzzi alla Open “ce ne siamo accorti”, afferma Alberto Bianchi, tesoriere della fondazione contattato il 10 giugno dal Fatto.

“Mi sono insospettito per quel nome ‘coop 29’ indicato nella voce mittente del bonifico, ma era incompleto”, spiega.

“Dopo gli arresti di dicembre però non volevamo lasciare nulla al caso, ovviamente il clamore era enorme e così ho deciso di proporre al cda di restituire quel versamento: nel dubbio meglio agire radicalmente, così poi è stato deciso con unanimità nel corso di un apposito cda”.

Noi, aggiunge Bianchi, “siamo da sempre più trasparenti possibile e spesso abbiamo per questo anche perso dei finanziatori”.

Anche Buzzi se ne fa vanto.

Lo dice ai pm. “Noi non abbiamo mai finanziato illegalmente la politica, ma tutto legalmente: Rutelli,Veltroni, Alemanno, Marino, Zingaretti, Badaloni, Marrazzo, tutti praticamente, anche Renzi: tutti contributi dichiarati in bilancio”.

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Fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Da http://www.tg-news24.com/2018/05/13/terremoto-nel-pd-risultano-versamenti-di-buzzi-da-5mila-euro-alla-fondazione-di-renzi-e-da-15-mila-al-pd-2/amp/

Pubblicato in Italia

Eccovi un pregevole articolo di Giuseppe Furano; tutto da leggere!

“Chi non era mai andato via è tornato e anche la matematica diventa una opinione…..la sua!

 

In generale i dittatori, con l’aiuto dei mezzi di informazione servili, modificano i dati empirici e numerici per ingannare i loro sudditi e dare una qualche forma di giustificazione al loro agire politico.

Nella trasmissione di Fazio, Renzi ha espresso, legittimamente, la sua posizione politica ma l’ha sostenuta con dati numerici e con altrettante motivazioni false.

Senza rispetto per l’intelligenza e le elementari conoscenze della matematica degli italiani ha sostenuto:” 7 italiani su 10 hanno votato Di Maio o Salvini, quindi devono essere loro a formare il governo”.

Due grosse manipolazioni : anche se si volesse dare per vero, e non lo è, che tutto il 37% del centro destra ha votato Salvini, sommato al 32% Di Maio farebbe circa il 70% dei votanti. Avrebbero quindi votato Di Maio e Salvini solo il 50% degli aventi diritto al voto, quindi solo 5 elettori su 10 e non 7 italiani su 10.

Inoltre, che gli elettori che hanno votato F.I.,FdI o Noi con L’italia volessero anche Salvini, solo Renzi può avere la faccia tosta di sostenerlo.

Per essere onesti e precisi senza falsare i numeri possiamo dire che Lega+M5S hanno avuto circa il 50% dei votanti che sono circa il 36% degli aventi diritto al voto, mentre M5S+Pd il 51% dei votanti che sono circa il 37% degli aventi diritto.

In democrazia non si dovrebbe falsare anche la matematica per sostenere le proprie tesi.

Inoltre il Rosatellum, voluto a suon di forzature da Renzi&B. per tagliare le gambe al M5S e Salvini e continuare a governare insieme è un sistema proporzionale.

Ogni politico onesto dovrebbe sapere e accettare che, in un sistema elettorale proporzionale, non ha alcun senso dire chi ha vinto, chi ha perso, chi deve andare al governo chi deve andare all’opposizione.

In un sistema proporzionale tutte le forze in campo, dopo gli scrutini, hanno il dovere di mettersi in gioco per ottenere quello che ritengono a loro più vicino o meno lontano ed evitare che si affermi quello che è loro più lontano.

E solo alla fine, fallito ogni tentativo di evitare il governo meno gradito, si va all’opposizione.

Il PD sta facendo l’opposto, si ritira dal confronto e fa il tifo per un governo M5S-Lega!

Questo atteggiamento assunto da Renzi e renziani dopo il 04 marzo è, come lo definisce Zagrebelsky, “vagamente eversivo” ,ma è ancor più grave se si ricorda che questa legge proporzionale è stata voluta proprio da loro.

Il M5S, quelli che i “padroni del vapore” ,un giorno sì e l’altro pure, per screditarli, senza argomentare, chiamano in modo dispregiativo “populisti”, dopo il 04 marzo, in coerenza con un sistema proporzionale, che tra l’altro non hanno votato, hanno assunto un comportamento istituzionalmente corretto: confronto sui programmi e ricerca di possibili accordi su temi concreti per risolvere problemi degli italiani.

Il M5S, pur con tutte le contraddizioni che onesti commentatori fanno rilevare, è una forza politica che mette al centro della sua agenda politica temi che dovrebbero essere temi propri di partiti che si definiscono di sinistra : la povertà, la enorme disuguaglianza tra ricchi poveri, il dramma della disoccupazione, l’abolizione degli assurdi privilegi della casta, la corruzione, il conflitto di interessi, difendere il lavoro e i lavoratori dalle multinazionali e dalla finanza (un tempo si diceva dal capitale!).

Sorgono spontanee due domande: perché il PD che si definisce ancora un partito di sinistra, che per 5 anni con Berlusconi ha governato, tentato di fare una mega riforma Costituzionale e ha fatto il Rosatellum, ora pone un muro al M5S?

Perché il PD tifa per un governo M5S-Lega e non si attiva per un governo M5S-PD che oltre a tante altre cose potrebbe riportare la dialettica politica italiana a una chiara concorrenza, per il governo del paese, tra un centro-sinistra e un centro-destra ed evitare di dare il governo del paese alla destra?

La risposta, che commentatori intellettualmente onesti come Cacciari e altri sostengono da tempo, è semplice: il PD renziano non è più un partito disinistra.

Il PDR ha accettato il pensiero neoliberista e ha lasciato i lavoratori senza rappresentanza politica.

Una massa enorme di persone, il tanto sbeffeggiato popolo, si è sentita abbandonata e senza rappresentanza politica, si è rivolta al M5S con la speranza di vedere affermati quei diritti fondamentali del lavoro, dei lavoratori, dei disoccupati e dei più deboli anche attraverso un governo dell’economia come indicato dalla nostra Costituzione sopratutto negli articoli dal 35 al47.

Renzi e renziani, che non sono certo ingenui, sono consapevoli che il M5S avrebbe messo sul tavolo sicuramente temi tradizionali di sinistra: diseguaglianza accettabile, aiuti ai più deboli, conflitto di interessi, lotta alle clientele, alla corruzione e alle mafie con una seria legge anticorruzione, abolizione degli assurdi privilegi dei politici e delle caste, limitazione del numero dei mandati, tutela del lavoro e dei lavoratori, serie riforme per sanità e scuola pubbliche e cose simili, limitazione del potere della finanza.

Come potrebbe, il PD, dire no a un programma di governo basato su questi temi senza perdere definitivamente la faccia e disvelare l’inganno del suo volersi ancora definire di sinistra?

Giuseppe Furano

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Lavoratori-mobilità-2Antonio Pappaterra (IDM Scalea): non staremo a guardare stagnazione e abbandono, appoggeremo ogni iniziativa contro la precarietà.
Ritorna lo stato di agitazione per gli ex lavoratori e percettori di mobilità in deroga di tutta la Regione Calabria. Riappare l'incubo delle incertezze senza fine per gli oltre 5000 lavoratori delle politiche attive promosse dall'ex governo Renzi, che di fatto ha aumentato il livello di precarietà del mezzogiorno d'Italia, lasciando a casa e nella strada, con lo spartiacque delle politiche passive , oltre 25.000 disoccupati calabresi ed ex dipendenti di aziende fallite per la crisi e di multinazionali emigrate in altre zone del mondo. Dopo gli interventi del Presidente Oliverio, su richiesta dei consiglieri regionali ed in particolare dell'on. Orlandino Greco,  la Regione Calabria si è mossa in tempi record per  l'aggiornamento della banca dati degli aventi diritto al lavoro di 6 mesi all'interno dei comuni partecipanti al bando, ma tutto si è fermato a Roma. Da settimane si attendono risposte sul futuro degli ex percettori di mobilità in deroga e ancora nulla è dato sapere, in tempi certi, delle soluzioni che si andranno ad adottare per riavviare la nuova stagione di collaborazione di queste figure nei vari enti locali. All'appello manca, di fatto, ancora una mensilità da percepire da parte degli stessi lavoratori che hanno espletato il loro servizio nei comuni, ma anche la conferma che attraverso la banca dati redatta dalla Regione, ferma al Ministero del Lavoro e all'INPS Nazionale, e il rimanente stanziamento di 15 milioni di Euro gia previsto, verranno attivati i nuovi bandi. Preoccupazione è stata dichiarata da parte di tutti i gruppi sindacali che seguono la vicenda e soprattutto dal sindacato autonomo degli ex tirocinanti recentemente costituitosi sotto la sigla “CSA FIADEL  ex Mobilità”.  Un chiaro segnale questo che rappresenta un monito nell'eventualità di un perpetrarsi delle incertezze sulla questione. Noi di Italia del Meridione sul caso non staremo a guardare stagnazione e abbandono da parte degli apparati dello Stato e da chi lo rappresenta, - ha detto il coordinatore di Scalea, Antonio Pappaterra -  e non esiteremo ad appoggiare ogni iniziativa ritenuta utile contro la precarietà e la povertà. Insieme agli ex percettori in deroga esprimiamo preoccupazione sui ritardi di questa vicenda e non permetteremo, cosi come si paventa, che si allunghino i tempi di risposta e di attuazione dei decreti e dei bandi fino alle prossime elezioni. La dignità delle persone non si può comprare e non deve essere merce di scambio. Per tale motivo solleciterò lo stesso leader IDM, Orlandino Greco,  ad alzare la guardia sul tema e gli apparati della dirigenza a prepararsi all'evenuale ritorno in piazza a sostegno dei tirocinanti”.
 
 Scalea 12/04/2018
Per la Stampa
 
Antonio Pappaterra
 
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portroneSe fosse ancora in vita Dante Alighieri avrebbe potuto intitolare questo articolo così:-Non c’è maggior dolore che ricordarsi dei tempi felici nella miseria-. Il 4 marzo scorso si sono svolte regolarmente e democraticamente le elezioni nazionali per il rinnovo della Camera dei Deputati e del Senato della Repubblica. Nessuno dei partiti in lizza è riuscito ad avere la maggioranza per poter formare da solo un nuovo governo. Comunque dalla competizione sono usciti vincitori il Movimento 5 Stelle e la Lega. Amara sconfitta del Pd di Renzi, uscito con le ossa rotte al di sotto del 20% dei voti. E Matteo Renzi, Segretario del Pd che fino al 4 marzo si vantava con orgoglio e baldanza di essere il primo partito in Italia col 40% di voti è stato costretto a dimettersi. Ha subito riconosciuto la sconfitta e si è messo momentaneamente da parte dicendo che da oggi in poi farà il semplice Senatore della Repubblica, invitando il suo partito a fare l’opposizione in Parlamento. Chi ha vinto è tenuto a fare il Governo, sempre se ci riuscirà ed avrà i numeri necessari. Ma non tutti i Deputati e Senatori del Pd vogliono fare opposizione. Non ci sono abituati. E poi non vogliono lasciare le comode poltrone che occupano. Infatti segretamente starebbero lavorando per fare fuori Renzi definitivamente e il grillino Di Maio, candidato del Movimento 5 Stelle a Presidente del Consiglio. Andrea Orlando e Dario Franceschini abbarbicati alle poltrone come l’edera hanno un piano segreto che dovrà materializzarsi dopo i fallimenti di Salvini e Di Maio a formare un nuovo Governo. Infatti stanno già interloquendo con alcuni parlamentari del Movimento grillino. Stanno pensando anche in questo senso due personaggi che il popolo italiano ricorda certamente. E i ricordi non sono belli. Uno è quel Romano Prodi che fu costretto a dimettersi sfiduciato dalla sua stessa maggioranza che per ben due volte aveva vinto le elezioni. L’altro è quel personaggio, Presidente del Consiglio da pochi mesi, che di notte tra il 9 e 10 luglio del 1992 mise le mani nelle tasche degli italiani rubando agli onesti cittadini che avevano un conto corrente bancario il 6 per mille su tutti i depositi. Mi riferisco a Giuliano Amato, il quale avendo ricevuto onori e gloria dal PSI e dal suo Segretario Bettino Craxi, non solo non è andato al suo funerale, ma neppure una sola volta è stato a depositare un garofano rosso sulla sua tomba ad Hammamet.

Quale sarebbe la condizione per formare un Governo Pd e Movimento 5 Stelle? Far fuori contemporaneamente Renzi e la sua pattuglia rimastagli fedele e Di Maio. Dicono Franceschini e Orlando che il Pd non potrà mai votare un Governo Di Maio e lo hanno fatto capire ai 5 Stelle. E lo dovrebbe capire anche Di Maio il quale dovrebbe fare un bel passo indietro: Rinunciare alla Poltrona. Ma è giusto, avrebbe detto alla Stampa uno dei registi della operazione, che ci arrivino piano piano. E chi dovrebbe essere il Premier? Un premier votabile. E chi potrebbe essere? Romano Prodi o Giuliano Amato. Mamma mia! E questi due personaggi sono la novità della XVIII Legislatura Repubblicana? Immagino che Franceschini e Orlando abbiano fatto una bella seduta spiritica alla quale abbia partecipato anche Romano Prodi come costui ha fatto 40 anni fa quando seppe dov’era prigioniero il grande uomo politico democristiano l’On. Aldo Moro. Renzi ha capito quello che si sta muovendo alle sue spalle e ha fatto dire al suo fedelissimo capogruppo al Senato Andrea Marcucci:- Il Pd non sosterrà mai nessun Governo del Movimento 5 Stelle. Se qualche dirigente vuol cambiare posizione, lo dica chiaramente-. Chiaramente non lo diranno mai. Sono, da vecchi marpioni della politica, a tramare in segreto e poi pugnalare alle spalle.

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Se c’è un parametro che, oggi più che mai, indica, in modo tangibile, il possibile o probabile successo od insuccesso dei politici ad ogni livello territoriale ( comuni, province, regioni, stato), sicuramente è quello della reazione che il popolo elettore ha avuto di fronte alla auto-esaltazione dei risultati raggiunti.

Ne ha parlato il presidente emerito Giorgio Napolitano, nella veste di presidente del Senato, nel suo intervento a palazzo Madama che ha aperto la legislatura, in un passaggio sottolineato dall'applauso dell'Aula. 
Il passaggio più straordinario è quello in cui ricorda che i comportamenti elettorali «hanno mostrato quanto poco avesse convinto l'auto-esaltazione dei risultati ottenuti negli ultimi anni da governi e da partiti di maggioranza»

In sostanza ha proseguito aggiungendo che «Ha contato molto il fatto che i cittadini abbiano sentito i partiti tradizionali lontani e chiusi rispetto alle sofferte vicende personali di tanti e a diffusi sentimenti di insicurezza e di allarme».

Ed è per questo, ha concluso, che «Sulla scena politica nazionale il voto del 4 marzo ha determinato un netto spartiacque, a inequivocabile vantaggio dei movimenti e delle coalizioni che hanno compiuto un balzo in avanti clamoroso nel consenso degli elettori e che quindi di fatto sono oggi candidati a governare il paese»

Ed infatti è proprio per questo che «Il partito che nella scorsa legislatura aveva guidato tre governi ha subìto una drastica sconfitta ed è stato respinto all'opposizione». 

Il problema è che Napolitano ha indicato la luna ma la gente a cui è antipatico( o che lo ritiene responsabile di tanti errori fatti in passato) e sono tanti, invece di guardare la luna gli ha guardato il dito.

La verità è che Napolitano ha parlato a tutti gli italiani

E soprattutto a quelli che si sono venduti al potere da chiunque espresso.

Dovunque detenuto.

Ha parlato ai governatori delle regioni.

Ai presidenti delle province .

Ai sindaci.

Dicendo loro: Non vi illudete che con la stampa di regime ( del tipo Minculpop) e con l’auto esaltazione riuscirete ad acquisire consensi. Al massimo potrete comprare o mantenere i Lanzichenecchi ma non vincere le battaglie e tantomeno le guerre! E comunque le armate mercenarie metteranno tutto a ferro e fuoco e lasceranno di voi una immagine ben diversa da quella che avreste voluto diffondere. Ed è certo che chi vi subentrerà potrà non avere remore a sputtanarvi. Glielo chiedono gli elettori stanchi, affamati ed incazzati!

Ecco perché al di là delle ragioni reali che hanno fatto cambiare opinione a Napolitano è bene guardare alla luna non al dito!

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